San Giuseppe delle Orsoline

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Gen

Il lavoratore, il sognatore, la guida sicura e paterna, in un viaggio iconografico che parte dal medaglione di Casa madre

Non lo puoi non notare: attira naturalmente lo sguardo con il colore chiaro del legno di ulivo che sembra illuminarsi della luce chiara della parete e dei riflessi colorati delle vetrate. Un grande medaglione di un metro di diametro, che ha attirato anche me, in quella calda mattina di luglio, mentre trovavo refrigerio nell’accogliente chiesa di Casa madre a Breganze.

E, stranamente, prima delle immagini, mi colpiscono le parole scolpite, quasi graffiate, sulla destra del tondo: San Giuseppe nostro maestro sulla via del Signore. Sì, è la voce di Madre Giovanna! Miglior regalo non si poteva pensare per il suo centenario! Il “suo” Santo, quello che lei stessa ha voluto come “economo, amministratore, avvocato di casa”. Io la immagino mentre si illumina di un tenue sorriso, pronunciando queste parole. Perché, in fondo, san Giuseppe è una presenza sempre vicina a lei, fin da quando, giovanissima, alla novena di san Giuseppe era stata ritenuta non adatta a entrare presso le Dorotee, così da far ritorno a casa proprio nel giorno della festa. Tante tappe della sua vita saranno segnate dalla sua figura: il santino regalatole da un vecchietto, il dono di un quadro con la sua immagine da parte delle amiche orsoline e subito destinato ad essere custode della nuova casa, la medaglia benedetta gettata su quel pezzo di terra dove sorgerà la prima casa. Il nome del santo resta ancora nel toponimo della strada su cui sorge la Casa madre di Breganze: è, appunto, il vicolo san Giuseppe.

È un doveroso ritorno a casa, dunque, il medaglione che lo scultore Paul Moroder ha recentemente scolpito proprio nel materiale che ha scandito la vita e l’attività di Giuseppe, quel legno che lui sapeva ben lavorare e trasformare in tanti oggetti indispensabili alla vita quotidiana e che assicurava la sussistenza della sua piccola famiglia. San Giuseppe lavoratore, san Giuseppe artigiano: così viene venerato il primo maggio, universalmente riconosciuta come Festa del lavoro; pregato nei tanti, troppi infortuni che segnano la vita di tanti lavoratori; invocato da chi il lavoro lo perde e da chi lo cerca. Attuale più che mai. Così com’è attuale, secondo il racconto del Protovangelo di Giacomo (apocrifo) la collaborazione attiva del ragazzo Gesù nel lavoro di falegnameria: “Giuseppe poi se ne andava per tutto il paese portandosi dietro Gesù e gli commissionavano porte e secchie per mungere e sponde per il letto. E ogni volta che Giuseppe doveva allungarla o allargarla o restringerla, il Signore Gesù lavorava con le mani e l’opera diventava come Giuseppe voleva”.

L’arte da sempre ha attinto copiosamente ai racconti vivaci e popolari degli Apocrifi, particolarmente in relazione all’infanzia di Gesù. Lo fa anche un grande pittore francese del Seicento, Georges de la Tour, che con il suo inconfondibile stile luministico, ci descrive la bottega: in un interno buio, appena rischiarato dalla fievole luce di una candela, scorgiamo due figure, abbigliate con vesti e calzari di uso quotidiano. Si tratta di un anziano falegname curvo su di un pezzo di legno squadrato mentre è intento a forarlo, e di un giovinetto che rischiara la stanza con un cero dalla lunga fiamma e osserva con attenzione e interesse il lavoro. L’unica fonte luminosa è costituita proprio dalla candela accesa, la cui fiamma crea particolari e suggestivi effetti di trasparenza. Colpisce la rappresentazione realistica dell’ambiente, come si può notare nella felice resa degli attrezzi da lavoro e dei trucioli di legno sparsi sul pavimento. L’apparente semplicità racchiude un significato più complesso, in quanto sono qui così riunite tre distinte devozioni: quella per san Giuseppe, quella per il Gesù bambino, e quella per la croce, alla quale allude la trave segata in due parti che si trova sul pavimento.

Da sempre c’è un’immagine, riferita al rapporto affettuoso fra Giuseppe e Gesù, che mi infonde una profonda tenerezza, fin da quando, per la prima volta, l’ho vista alla pinacoteca di Palazzo Chiericati a Vicenza. È rappresentata la famiglia di Giuseppe: mamma Maria, il bambino e nonna Anna col velo chiaro che distingue le vedove. Spiccano la vivacità con cui il piccolino si lancia verso il papà, tendendo a lui le braccine, sgambettando dalle ginocchia della mamma pensierosa. Giuseppe ha preparato per lui un nuovo entusiasmante giocattolo: un meraviglioso girello, fresco di bottega; glielo sta mostrando, guardandolo con una dolcezza infinita. E il gradimento di Gesù è totale: è da provare subito! Le paffute gambette sembrano non volere altro che muovere i primi passi! Mi piace pensare al lavoro paziente, silenzioso e gioioso con cui Giuseppe ha costruito il girello e ai pensieri che lo accompagnavano: quel bambino che lo chiama papà è destinato a lasciare Nazaret, la bottega artigiana, la vita semplice ma tranquilla della Galilea. Lui e Maria ne soffriranno: ma altra è la sua strada e lui, da buon padre, non può opporsi, anzi, deve assecondarlo.

Nel tondo di Breganze è proprio questo che Giuseppe sta facendo: indica la strada al ragazzino adolescente che a lui si affida, interrogandolo con le sue braccia aperte, per iniziare il suo cammino. Un padre e una guida, per Gesù e per tutti noi davanti alle scelte, spesso complesse e laceranti, della vita. A ben pensare nella figura di Giuseppe, tanto popolare quanto sfuggente in molti aspetti anche per le scarse notizie che ci vengono dai Vangeli, ciò che emerge è sempre il suo ruolo di punto di riferimento e di guida. Giuseppe in viaggio, Giuseppe che sogna, sempre per il bene di quel bambino speciale…

Un altro dei temi pittorici prediletti da artisti di ogni provenienza è quello della fuga in Egitto, dove Giuseppe è ancora alla guida della famigliola spaventata e inerme che scappa dalla violenza di Erode. Tema così popolare (al punto che a volte lo riduciamo a un’immaginetta devozionale) che rischia di nascondere la sua perenne attualità. Pensiamo un istante alle famiglie proprio ora in fuga da guerre, violenze, miserie, con il terrore negli occhi e l’angoscia nel cuore, lontano, verso terre nuove e sconosciute, dove tutto sarà difficile e diverso dalle piccole care abitudini quotidiane. Per i copti d’Egitto la fuga di Maria, Giuseppe e Gesù è celebrata come l’inizio della fede cristiana nella terra del Nilo e la festa ad essa dedicata supera in solennità lo stesso Natale. Fra tutte le raffigurazioni – ed è difficile scegliere! – mi colpisce per il suo intimo realismo l’opera di un sommo artista della Spagna del Seicento, Francisco Zurbaran: un amabile asinello dall’occhio mite porta docilmente una Maria popolana con un ampio cappello al posto del velo e l’abito di un inconsueto color violetto, con il suo delizioso bambinello dalla camiciola bianca e i pantaloncini verdi, curato e coccolato, nonostante le difficoltà e i disagi. Ed ecco Giuseppe: bruno, sorridente, giovane, dal passo sicuro, che non ha occhi che per il piccolino e giocherella con le sue manine, per farlo sorridere e distrarlo dalla fatica.

Ma perché poi nel nostro immaginario Giuseppe è spesso rappresentato vecchio, canuto, stanco? Non è la narrazione evangelica a raccontarcelo. La tradizione ci porta ancora ai Vangeli apocrifi che all’infanzia di Gesù e a Giuseppe dedicano ampi capitoli, con racconti ed episodi entrati nel patrimonio di memoria collettiva. Nella parete della Cappella degli Scrovegni, Giotto attinge a piene mani: molti dei suoi straordinari affreschi sono dedicati alla famiglia di Gesù, dall’incontro di Anna e Gioacchino alla consacrazione di Maria bambina al Tempio, alla scelta di uno sposo, quando, adolescente, con la comparsa del ciclo, la sua presenza avrebbe contaminato il luogo sacro. Tanti spunti ed elementi, che al di là della veridicità ci aprono spiragli illuminanti sulla mentalità e sulla condizione della donna: proprio lei, Maria, esclusa da un luogo sacro! Ma in quale modo la scelta ricade su Giuseppe? Ispirato da un angelo, il sacerdote del tempio convoca i vedovi del popolo, perché accolgano come custodi la piccola Maria; ciascuno porti una verga secca e “lei sarà la moglie di colui a cui Dio lascerà un segno”. Anche Giuseppe si presenta, consegna la sua verga, si inginocchia come gli altri in attesa del segno. “Ed ecco che una colomba uscì dalla verga e volò sul capo di Giuseppe”. Sarà lui lo sposo-custode di Maria. Nella sua Buona Novella Fabrizio De André con squisita delicatezza sa trasformare la scena in poetica melodia: “fosti tu Giuseppe un reduce del passato / falegname per forza padre per professione / a vederti assegnata da un destino sgarbato / una figlia di più senza alcuna ragione / una bimba su cui non avevi intenzione”. E subito dopo viene cantata la spontanea reazione di Maria, improntata alla tenerezza e all’innocenza di bambina: “E lei volò fra le tue braccia / come una rondine, / e le sue dita come lacrime, / dal tuo ciglio alla gola, / suggerivano al viso / una volta ignorato, / la tenerezza d’un sorriso”.

Giotto dà forma e colore alla scena della consegna dei bastoni: Giuseppe, barba bianca e occhio stupito, è umilmente l’ultimo, il più vecchio. E subito dopo la dolce intensa scena del matrimonio: l’esile Maria con i capelli elegantemente intrecciati, il morbido panneggio dell’abito bianco e gli occhi bassi, Giuseppe che la guarda ancora incredulo e tiene sulla mano sinistra la verga fiorita con la colomba. E intorno giovani e fanciulle che commentano e festeggiano gli sposi. Saranno i Vangeli a raccontarci il seguito: la storia di una paternità che non viene dal sangue, ma dall’amore che si fa dedizione, protezione, solerzia, che lascia spazio ai sogni quando la realtà non è spiegabile con la ragione. Sogno, lavoro, dedizione, amore.

Eccolo ancora Giuseppe nel momento forse più importante della sua vita: la nascita del bambino, e anche per questa è stata necessaria la sua guida paziente, in una città dove tutti hanno sbattuto la porta in faccia a una giovane mamma che stava per partorire. Nella perfezione dell’ambientazione classica di Domenico Ghirlandaio, Gesù è nato e già da ora offre a noi tutti il suo fragile corpo di bambino; la mangiatoia sarà quel bianco antico sarcofago, già presagio di morte; Maria lo adora, mangiandoselo con gli occhi e i pastori, appena arrivati, offrono i loro poveri doni. Ma Giuseppe già guarda oltre: con atteggiamento da sognatore vede il futuro, la colorata carovana dei Magi che si dirigono a Betlemme e, con loro, la prima manifestazione sul futuro del piccolo: pericolo e grandezza, morte e regalità. Lui, Giuseppe, gli sarà sempre vicino: padre e guida fino al momento in cui Gesù si incamminerà per la sua strada.

Chiara Magaraggia

13 Comments

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