Pace, sorella!

17
Mag

La storia biblica di Tobia e Sara ci guida a costruire, nell’affidamento a Dio, una storia che sia di vita e non di morte

I testi su cui ci soffermeremo raccontano di un viaggio e di una relazione un po’ particolari narrati in un libro che, per le sue caratteristiche, è a sua volta originale nel panorama biblico. Si tratta del libro di Tobia, che fa parte dei libri che vengono chiamati deuterocanonici, in quanto sono entrati nel canone molto tardi, dopo il quarto/quinto se-colo d.C. Il testo, poi, non è fissa-to in modo chiaro e definito: noi, ad esempio, traduciamo il testo dal greco, mentre la bibbia evangelica traduce dal siriaco e vari brani della storia appaiono molto diversi. Il libro di Tobia, inoltre, non è riconosciuto come sacra Scrittura né dagli ebrei né dai protestanti; questo aspetto incuriosisce e, nello stesso tempo, ci rende più attenti alle caratteristiche di questo libro rispetto agli altri della Bibbia.
La vicenda narrata si svolge nella regione dell’Assiria nel periodo della cattività delle tribù del nord, quindi tra il 721 a.C. e la caduta di Ninive nel 612 a.C.
La redazione finale del libro è però generalmente datata nel III o II secolo a.C.
L’anziano Tobi, deportato a Nini-ve, in terra straniera e nemica, è l’unico della sua tribù ad avere ancora cara la legge: non man-gia cibo pagano, fa l’elemosina e, sfidando i conquistatori, sep-pellisce i morti. Questo gesto segno di cura e di attenzione verso la dignità delle creature e di chi le ha create, rischia di diventare per Tobi indice di una fedeltà chiusa, rigida e ripetitiva, al punto da trasformarsi essa stessa in esperienza di morte. Infatti, di fronte a un evento che lo rende cieco, tutta la sua fedeltà gli crolla addosso fino ad essere lui stesso a desiderare la morte.

Stranamente, nello stesso momento in cui Tobi chiede a Dio di morire, una donna, Sara, in un altro luogo, invoca Dio per la stessa cosa. La vicenda di Sara è molto particolare: per ben sette volte si era sposata, ma i mariti erano morti prima di potersi unire a lei. Anche Anna, in fondo, “seppellisce cadaveri” e probabilmente è proprio questo continuo contatto con la morte, di cui si sente responsabile, che blocca la sua vita e la porta a pensare di uccidersi e poi, per rispetto nei confronti del padre, a chiedere a Dio di farla morire. Ciò che colpisce, dopo le loro preghiere che vengono presentate una accanto all’altra, è che il testo dice che esse sono accolte da Dio. In realtà Tobi e Sara non muoiono e questo ci offre un elemento importante per comprendere un po’ di più anche le nostre preghiere. Affermare che tutte vengono accolte e che nulla va perduto davanti a Dio è qualcosa che non ha nulla a vedere con il risultato. Dio accoglie i nostri sogni, le attese, le richieste, la nostra vita così com’è, ma questo non vuol dire che quello che chiediamo ci vie-ne dato, solo che nulla va perduto se viene affidato a Dio.

Per recuperare dei soldi che anni prima aveva consegnato a un parente, Tobi decide di invia-re a recuperarli il figlio Tobia, che alla fine del viaggio vedrà la sua storia intrecciarsi con quella di Sara, accompagnato da un uomo, che alla fine del racconto si rivelerà essere l’angelo Gabriele. Al figlio, Tobi raccomanda di ricordarsi ogni giorno del Signore. Non è qualcosa che riguardi la mente, ma il cuore come dice il significato della parola stessa: ricordare, rimettere nel cuore qualcosa/ Qualcuno che può andare perduto; far sì che vi resti, dargli un posto fisso nella propria vita, una presenza che accompagna ogni azione, ogni avvenimento, ogni incontro.

Tobia sarà chiamato a vivere con Dio un altro tipo di fedeltà, che va oltre l’osservanza della legge, capace di vivere in relazione con la realtà di tutti i giorni, accogliendone le provocazioni e le contraddizioni, non per farsi assimilare da essa ma per immettervi un nuovo spirito di vita e di pace.

Durante il viaggio uno dei momenti più importanti è quando un pesce salta fuori dall’acqua e attacca Tobia che, impaurito, si mette a urlare. La tentazione è quella di scappare, ma l’angelo gli dice di afferrare il pesce, di afferrare la propria paura, di ricordare che di fronte a ciò che si teme non è la fuga ad offrire salvezza, ma la capacità di attraversare dolori, fatiche, paure perché si è ascoltata una parola e si è deciso di fidarsi di essa. Quando Tobia incontra Sara, se ne innamora e la chiede in moglie, si trova ad affrontare la sua storia precedente, per aprirsi con lei a qualcosa di nuovo. Non viene raccontato, ma sicuramente anche Sara ha compiuto il suo cammino di “formazione”: dalla decisione di uccidersi era passata, per amore del padre, a chiedere a Dio di farla morire; ma al termine della sua preghiera l’invocazione a Dio è di aiutarla a sostenere e vivere questa prova. È il viaggio riassunto nella sua preghiera a permetterle di aprirsi ancora alla speranza, a credere che Dio possa intervenire nella sua vita. Tobia, entrato nella camera nuziale, ricorderà per prima cosa le parole dell’angelo sulle parti conservate del pesce che, bruciate, fanno fuggire il demone che causava le morti, e inizia a costruire con Sara una relazione diversa. Lei non è vista come un suo possesso, ma come una compagna, una sorella, con cui condividere ciò che abita nel profondo. Tobia è in piedi, nella posizione dei vivi, e chiede a Sara di fare lo stesso: “alzati sorella”, riconosci la tua dignità, il tuo potere che può influire nella storia e può cambiare quello che si crede destino. To-bia è l’ottavo marito e nel linguaggio biblico ottavo è tutto ciò che va oltre il limite, la possibilità di uno sbocco ulteriore, il superamento della morte.

Alzati Sara e prega con il tuo compagno affidando al Signore l’attesa e il desiderio di vita e di pace. Insieme, in piedi e come nel volere di Dio al principio (“gli darò un aiuto simile a lui”), To-bia e Sara possono pregare affidandosi a Dio perché la loro sto-ria sia vita e non morte. Pace, sorella!

Donatella Mottin