Il Signore ti dia la pace

03
Mag

In ascolto della testimonianza spirituale di san Francesco d’Assisi, che, disarmato, nel suo annuncio di pace era disarmante

Disarmata e disarmante. Così Leone XIV ci ha insegnato a definire la pace sin dal suo primo rivelarsi, dopo la sua elezione, quando – come il Risorto “la sera di quel giorno, il primo della settimana” – augurò al mondo “La pace sia con tutti voi!”.

“La pace di Gesù risorto” – precisa nel Messaggio per la 59a giornata mondiale della pace – “è disarmata, perché disarmata fu la sua lotta, entro precise circostanze storiche, politiche, sociali”. Perché non imbracciò arma, ma si aprì a quell’abbraccio che tutti intese raccogliere, per-ché nessuno si perdesse. E nel medesimo messaggio, il papa continua: “La bontà è disarmante. Forse per questo Dio si è fatto bambino… «Pace in terra» cantano gli angeli, annunciando la presenza di un Dio senza difese, dal quale l’umanità può scoprirsi amata soltanto prendendosene cura (cfr. Lc 2,13-14)”.

Questo accorato invito, papa Leone lo formula anche riproponendo come messaggero di pace san Francesco d’Assisi, di cui ricorre quest’anno l’VIII centenario della morte. “Il Signore mi rivelò che dicessimo questo saluto: «Il Signore ti dia la pace!»”: così fa scrivere nel suo Testamento (23, FF. 121). Per Francesco, la rivelazione del saluto di pace avviene con il Vangelo (cfr. Lc 10,1-12); si tratta di una rivelazione accolta e vissuta da lui e dai suoi fratelli come elemento costituti-vo dell’essere frate minore, itinerante, e come parte integrante della predicazione, come di-mostrano le Regole (cfr. Regola non bollata XIV, FF. 40; cfr. Re-gola bollata III, 13-14, FF. 86) e confermano le biografie; come ad esempio la Vita prima di Tom-maso da Celano (1Cel 23, FF.

359) che ci riferisce che “in ogni suo sermone, prima di comuni-care la parola di Dio al popolo radunato, augurava la pace dicendo: «Il Signore vi dia la pace!». Questa pace egli annuncia-va sempre sinceramente a uomini e donne, a tutti quanti incontrava o venivano a lui”. Disarmato, nel suo annuncio di pace era disarmante, così che “molti che odiavano insieme la pace e la propria salvezza, con l’aiuto del Signore abbracciava-no la pace con tutto il cuore, diventando essi stessi figli di questa pace e desiderosi della salvezza eterna”.

Scrivendo ai Ministri generali della Conferenza della famiglia francescana in occasione dell’apertura dell’VIII centenario della morte, papa Leone ricorda come “in quest’epoca, segnata da tan-te guerre che sembrano interminabili, da divisioni interiori e sociali che creano sfiducia e paura, egli continua a parlare. Non perché offra soluzioni tecniche, ma perché la sua vita indica la sorgente autentica della pace”. Anche Francesco, infatti, non ha sempre saputo “risolvere” i conflitti, come evidente, nelle fonti, dal racconto della disfatta dei crociati presso Damietta nono-stante il suo avvertimento (cfr. 2Cel 30, FF. 617); così come noi, dinanzi ai troppi conflitti inter-nazionali (non ci sono solo quel-li “sotto i riflettori”: nel mondo si contano almeno una cinquantina di guerre in atto), vedendoci impotenti, rischiamo di disinteressarcene, perdendoli nel trita-carne delle notizie che “scrolliamo” sul cellulare o nell’annoiato zapping dalle nostre comode poltrone…

Eppure, tutti diciamo di desiderare la pace, nell’attesa che qualcuno faccia qualcosa di deciso, lamentandoci per questo mondo in subbuglio. Viene in mente quando Francesco seppe che il vescovo e il podestà di Assisi erano venuti a contesa, tanto da arrivare ad odiar-si. Si racconta che “fu preso da pietà per loro, soprattutto per-ché nessun religioso o secolare si interessava di ristabilire tra i due la pace e la concordia. E disse ai suoi compagni:

«Grande vergogna è per noi, servi di Dio, che il vescovo e il podestà si odino talmente l’un l’altro, e nessuno si prenda pena di rimetterli in pace e concordia»” (Compilazione di Assisi 84, FF. 1616). Non era un politi-co né un diplomatico: era “solamente” un figlio di Dio e, per questo, operatore di pace (cfr. Mt 5,9). Perché se è vero che alla base della sua predica-zione e itineranza c’era l’esorta-zione evangelica, fondamentale è il fatto che Francesco è “simbolo della pace, riconciliazione e fraternità” (come ebbe a identificarlo Giovanni Paolo II) per aver accolto Dio come proprio padre (cfr. 3Comp 20, FF. 1419) e per questo ogni uomo come proprio fratello; fratello di cui avere cura.

E così, preso da compassione per la triste vicenda che aveva come protagonisti le due autorità, aggiunse al Cantico il verso del perdono: «Laudato si, mi Segnore, per quilli ke perdona-no per lo tuo amore e sustengu enfirmitate et tribulacione. Bea-ti quilgli kel sosteranno in pace ka da te, Altissimo, sirano coro-nati»; bastò l’esecuzione, con l’ultimo verso, per ricomporre gli animi dei contendenti che, pron-tamente, toccati nel cuore, “per amore del Signore nostro Gesù Cristo e del beato Francesco” si abbracciarono.

Quando abbiamo la sensazione (e più) di non poter fare nulla per la pace, risulta assai prezioso quanto si racconta di lui: “Era suo vivo desiderio che tan-to lui quanto i frati abbondasse-ro di quelle opere buone, mediante le quali il Signore viene lodato. E diceva loro: «La pace che annunziate con la bocca, abbiatela ancor più copiosa nei vostri cuori. Non provocate nessuno all’ira o allo scandalo, ma tutti siano attirati alla pace, alla bontà e alla concordia dalla vostra mitezza. Questa è la nostra vocazione: curare le ferite, fa-sciare le fratture e richiamare gli smarriti. Molti infatti, che ci sembrano membra del diavolo, un giorno saranno discepoli di Cristo»” (Leggenda dei tre compagni 58, FF. 1469).

La pace che Francesco predica e chiede di predicare non è teoria astratta, ma opere buone, gratuità, prossimità, cura dell’altro. L’operatore di pace è un artigiano che si rimbocca le maniche per un’abitazione familiare e vivibile. Per questo l’invito “va’, ripara la mia casa che, co-me vedi, è tutta in rovina” può essere visto anche come un invito alla pace.

Oltre all’VIII centenario della morte di Francesco, più in sordina ricordiamo anche i quarant’anni dalla giornata di preghiera per la pace tenutasi ad Assisi, promossa da Giovanni Paolo II, svoltasi il 27 ottobre 1986; presenti rappresentanti delle Chiese cristiane e delle altre religioni mondiali, con l’in-tento di pregare per la pace, l’uno accanto all’altro, di fronte all’orrore della guerra. Per la prima volta nella storia si realizzava un incontro come questo: fu un evento di significato straordinario, anche se non mancarono critiche all’interno della Chiesa.

Al termine della giornata, il papa ricordò ai convenuti l’impegno e la grazia della preghiera: “Se il mondo deve continuare, e gli uomini e le donne devono sopravvivere su di esso, il mondo non può fare a meno della preghiera. Questa è la lezione per-manente di Assisi: è la lezione di san Francesco che ha incarnato un ideale attraente per noi; è la lezione di santa Chiara, la sua prima seguace. È un ideale fatto di mitezza, umiltà, di senso profondo di Dio e di impegno nel servire tutti. San Francesco era un uomo di pace”.

Preghiera, prossimità, cura dell’altro: poca cosa, sembrano, dinanzi ai grandi problemi. Eppure, è tutto ciò che abbiamo e possiamo fare; tutto ciò che fa di noi, figli di Dio, degli operatori di pace.

“Il Signore ci dia pace!”.

Fra’ Ugo Secondin