L’esperienza di san Francesco è quella di “un uomo di fede per cui le creature sono rivelazione della bellezza e della potenza di Dio”
In occasione dell’VIII centenario del Cantico di frate Sole di san Francesco (2025), la Conferenza della Famiglia Francescana invitò tutti i fratelli e le sorelle a celebrare l’evento con particolare impegno, per poterne vivere il messaggio anche oltre la cinta temporale dell’anniversario. Lo fece con un documento ad hoc nel quale incoraggiava ciascuno ad interrogarsi sul proprio rapporto con le creature, suggerendo alcuni obiettivi, come “recuperare uno sguardo contemplativo che sappia riconoscere la presenza e la bellezza del Creatore, che si rivela in tutte le creature… crescere nella consapevolezza che l’ambiente umano e l’ambiente naturale si custodiscono e si abbelliscono reciprocamente”; e questo, approfondendo “la consapevolezza che tutti noi condividiamo la stessa casa e che, perciò, tutti dobbiamo prendercene cura” e collaborando “con tutte le persone di buona volontà per rendere la casa comune più abitabile” (pp. 16-17). Tutto, indubbiamente, a partire dall’esperienza di san Francesco, che non è quella di un carismatico leader ecologista, bensì di un uomo di fede per cui le creature sono rivelazione della bellezza e della potenza di Dio. Egli si presenta (e vuole essere) “fratello minore”, servo di tutti; ora, il suo servizio nei confronti delle crea-ture (e allo stesso tempo del Creatore), è permettere che le creature “si comportino da crea-ture” e servano il Creatore da par loro, secondo la loro unicità e peculiarità.
“A tua immagine hai formato l’uomo, alle sue mani operose hai affidato l’universo perché nell’obbedienza a te, suo creatore, esercitasse il dominio su tutto il creato»; così ci fa prega-re la Preghiera eucaristica IV, con chiaro il riferimento al libro della Genesi: “Dio li benedisse e Dio disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pe-sci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra»” (Gen 1,28).
A questo riguardo, papa Francesco, nell’enciclica Laudato si’ (LS), rileva il fatto che, con l’invito a soggiogare la terra, si potrebbe obiettare al pensiero ebraico-cristiano che “verrebbe favorito lo sfruttamento selvaggio della natura presentando un’immagine dell’essere umano come dominatore e distruttore”; ed esortando a “rifiutare con forza che dal fatto di essere creati a immagine di Dio e dal mandato di soggiogare la terra si possa dedurre un dominio assoluto sulle altre creature”, suggerisce di completare la riflessione accostando il passo appena ricordato con il successivo Gen 2,15 (“Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse”). Giungendo a concludere: “Ciò implica una relazione di reciprocità responsabile tra essere umano e natura. Ogni comunità può prendere dalla bontà della terra ciò di cui ha bisogno per la propria sopravvivenza, ma ha anche il do-vere di tutelarla e garantire la continuità della sua fertilità per le generazioni future. In definiti-va, «del Signore è la terra» (Sal 24,1), a Lui appartiene «la terra e quanto essa contiene» (Dt 10,14). Perciò Dio nega ogni pretesa di proprietà assoluta…” (LS 67).
Mi rendo conto che la considerazione potrebbe sembrare ingenua, ma sorprende sempre il fatto che alcune nazioni, che si sono “trovate” ad avere, grazie a madre Terra, alcuni beni, se ne arroghino il diritto di possesso, ricattando (quando non affamando) altre nazioni, in una sorta di mai sopita e, anzi, aggiornata colonizzazione. Davvero, la Terra non è nostra: si dice sia del territorio nazionale (o sovranazionale) quanto del “piccolo orticello”, i cui frutti e beni sono e andrebbero a vantaggio di tutti. Non sarà peregrino ricordare quanto san Paolo afferma, pur in tutt’altro contesto: “né chi pianta né chi irriga vale qualcosa, ma solo Dio, che fa cresce-re… siamo infatti collaboratori di Dio…” (1Cor 3,7.9).
Il dominio (cui si riferisce il brano di Gen 1) doveva far sì che l’uomo, di cui si dice “era cosa molto buona” (Gen 1,31), aiutasse le altre creature a manifestarsi come “cosa buona”, secondo il cuore e lo sguardo del Creatore. Invece, “l’armonia tra il Creatore, l’umanità e tutto il creato è stata distrutta per avere noi preteso di prendere il posto di Dio, rifiutando di riconoscerci come creature limitate. Questo fatto ha distorto anche la natura del mandato di soggiogare la terra (cfr Gen 1,28) e di coltivarla e custodirla (cfr. Gen 2,15). Come risultato, la relazione originariamente armonica tra essere umano e natura si è trasformato in un conflitto (cfr. Gen 3,17-19). Per questo è significativo che l’armonia che san Francesco d’Assisi viveva con tutte le creature sia stata interpretata come una guarigione di tale rottura” (LS 66).
Oltre che manifestazione della bellezza dell’Altissimu, onnipotente, bon Signore, nelle parole del Cantico le creature si rivelano segno e strumento dell’amore del Padre. Per Francesco, dire frate Sole, sora Luna, frate Vento, sora Terra può scaturire solo da un sentimento vivissimo della paternità provvidente del Creatore. San Bonaventura scrive di lui: “Considerando che tutte le cose hanno un’origine comune, si sentiva ricolmo di pietà ancora maggiore e chiamava le creature, per quanto piccole, con il nome di fratello o sorella: sapeva bene che tutte provenivano, come lui, da un unico Principio” (Leggenda Maggiore 8,12: Fonti Francescane 1145).
Accolta e vissuta la fraternità con i suoi compagni, va da sé che nel cuore di Francesco cresce progressivamente la consapevolezza della fraternità uni-versale con le creature, che significa sentirsi partecipi di quell’amore vitale che il Creato-re rivela nei loro riguardi, e che affiora nel Cantico in gesti di sollecitudine che alcune di esse hanno nei confronti di altre: “et allumini noi per lui”, “per lo qua-le a le tue creature dài sustentamento”, “per lo quale ennallumini la notte”… L’uomo della fratellanza universale concepisce il Creato come una grande fami-glia: ognuno ha il suo posto, la sua dignità e tutti afferiscono all’unico Padre.
“Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta e governa, e pro-duce diversi frutti con coloriti flori et herba”. In questo verso del Cantico, la Terra è menzionata con duplice “parentela”: è al contempo sorella (“In principio Dio creò il cielo e la terra”, Gen 1,1) e madre, perché germina “erba verde, erba che produce seme, e alberi da frutto” (Gen 1,11); Francesco la riconosce cogeneratrice, sottolineandone la funzione di “nutrice” di uomini e animali (cfr. Gen 1,29-30), e feconda e premurosa nel suo variegato e variopinto offrirsi nei frutti e nei fiori.
In conclusione, dall’esperienza di Francesco, ci sembra possiamo trarre dei concreti atteggia-menti salutari. Come credenti, non tralasciamo mai di rendere grazie al Creatore: così facendo, non solo daremo ampio re-spiro al nostro cuore, alla nostra fede e alla nostra preghiera, ma ci accosteremo ad ogni creatura con uno sguardo nuovo, con stupore e meraviglia, non da semplici spettatori o fruitori (o peggio sfruttatori), ma come protagonisti di una sempre rinnovata azione creatrice, permettendo alle creature di essere se stesse. Tutte.
È anche per questo motivo che si è ritenuto opportuno aggiungere al Messale il formulario della Missa “pro custodia creationis”; con essa si chiede tra l’altro che “custodiamo con amore l’opera delle tue mani” (Colletta) e che “impariamo a vivere in armonia con tutte le creature” (dopo la Comunione), nella contemplazione delle opere del Signore e nella costante fiducia in Lui, Padre che nutre, veste e ha cura di ciascuno dei suoi figli (cfr. Mt 6,24-34).
Da ultimo, con papa Francesco, preghiamo: “Signore Dio, Uno e Trino, comunità stupenda di amore infinito, insegnaci a contemplarti nella bellezza dell’uni-verso, dove tutto ci parla di te. Risveglia la nostra lode e la nostra gratitudine per ogni essere che hai creato. Donaci la grazia di sentirci intimamente uniti con tutto ciò che esiste. Dio d’amore, mostraci il nostro posto in questo mondo come strumenti del tuo affetto per tutti gli esseri di questa terra, perché nemmeno uno di essi è dimenticato da te… Laudato si’! Amen” (LS 246).
Fra’ Ugo Secondin