“La pace verrà: Dio è fedele alle sue promesse”

12
Apr

Intervista alla francescana elisabettina suor Lucia Corradin, per quasi vent’anni all’ospedale pediatrico di Betlemme

Lucia Corradin è suora francescana elisabettina. Per quasi vent’anni ha lavorato al Caritas Baby Hospital di Betlemme. Le abbiamo chiesto di raccontare la sua esperienza in Terra Santa per capire la sua idea di pace.

Sr. Lucia con quali aspettative sei arrivata a Betlemme?

Dopo la professione perpetua, nel 1998, mi è stato chiesto di partire per Betlemme! Ho accolto questo invito con fiducia, ma non senza paure, consapevole in parte dell’impatto che avrei trovato data la tensione politica presente, in seguito all’assedio della Basilica della Natività. Proprio a Betlemme il Signore mi ha condotta dal 24 ottobre 2002 fino al gennaio 2021. Sono partita col desiderio di spendermi generosamente per le persone che avrei incontrato e di poter essere una presenza bella, gioiosa e credibile dell’amore appassionato del Padre assieme alle mie sorelle. Ho fatto un patto col Signore: “se è davvero ciò che desideri per me, dammi la forza e la tenacia di andare senza timore ma confidando teneramente in te, mio Signore”. Così avvenne.

Esattamente di cosa, anzi, di chi ti occupavi?

Ho iniziato come caposala nel reparto di Neonatologia, poi co-me Coordinatrice delle Infezioni ospedaliere di tutte i reparti, poi come Direttrice della Qualità e Sicurezza e infine come Dirigente Infermieristica. È stato un continuo invito a donare la vita, a non possedere nulla, a vivere l’obbedienza come esodo. Ogni esperienza è stata significativa e ha lasciato il suo segno: ho imparato sempre e vissuto con creatività e passione. Al di là dei ruoli, la mia vera preoccupazione è sempre stata quella di rida-re dignità ad ogni bimbo incontrato e di volergli bene prendendomene cura come una madre. Per le mamme ho avuto un’attenzione premurosa per diventare una sorella affidabile.

Qual è stato il momento più difficile per te?

È stato il primo anno: per i copri-fuochi e le chiusure, ma anche vedere con i miei occhi tante morti assurde a causa dell’occupazione. L’impatto con una cultura ed una mentalità molto diverse… per non parlare della lingua araba che ho iniziato a parlare, senza mai impararla bene perché occupata nei continui servizi! Ogni passaggio di ruolo è stato faticoso e mi ha chiesto tanta pazienza e duttilità. Anche la vita fraterna ha avuto alcuni momenti di stasi. La realtà più pesante da accogliere è stata tuttavia l’accetta-zione reale di questo conflitto che sembra non avere fine, dei muri di separazione che abbiamo visto costruire, delle divisioni evidenti tra i popoli, delle continue ingiustizie e sofferenze inutili.

Quello più bello?

Penso ai bambini prematuri che hanno lottato per la vita e poi sono tornati a farci visita, ma anche ai primi bambini assistiti con malattie sconosciute – co-me l’epidermiolisi bollosa – e al lavoro d’équipe perché le madri potessero accogliere la situazione del proprio figlio. Ripenso alle relazioni, all’ascolto e ai racconti dei familiari e dei bambini ripetutamente ricoverati.

Ogni volta era una festa ritrovarsi, riabbracciarsi e sperare con loro e per loro, lottando insieme per la vita. La dignitosa magnanimità e l’abnegazione di tante mamme sono insegnamenti sigillati nel cuore. Stare in ospedale con i bimbi e le loro mamme mi ha fatto sperimentare il partorire in terra, dando il “latte nutriente” di affetto, vicinanza, attenzione, ma anche il partorire al cielo, lasciandoli andare per consegnarli alla vita… è l’esperienza dell’unione tra terra e cielo, di Dio Padre che si fa tutt’uno con l’umanità. Ho avuto la possibilità di gene-rare la vita e di essere madre. Lavorando con il personale mi ha sorpreso il loro senso di ospitalità, di benevolenza, di aiuto reciproco, di saper essere resilienti e di accogliere con fede gli eventi della vita. Quel Al- hamdu lillah (rendiamo lode a Dio) ripetuto costantemente mi fa riflettere anche oggi e mi provoca ad essere grata di tutto ciò che sono e ho.

Da qualche anno sei rientrata in Italia, ma i legami con la Terra Santa continuano. In che modo?

Sono partita promettendo ai fratelli e sorelle incontrati che avrei costantemente pregato per loro, ma anche che sarei stata voce della loro storia. Ho mantenuto alcune relazioni con il personale, la gente locale, le religiose ed i religiosi. Ho contribuito poi a creare una rete per l’accoglienza e la formazione del gruppo clown dell’ospedale di Betlemme – con l’aiuto dei gruppi clown italiani – permettendo loro di venire in Veneto e a Roma. Sanno che ci sono e cerco di aiutarli nelle le loro necessità.

Di cosa c’è bisogno in Terra Santa?

A mio avviso c’è estremo bisogno di recuperare il senso profondo di appartenere a quella Terra. Il Salmo 87,6-7 dice: “Il Signore scriverà nel libro dei popoli «Là costui è nato». E danzando canteranno: Sono in te tutte le mie sorgenti”. Tutti là siamo nati ed è necessario riprendere i pellegrinaggi con la visita delle pietre vive di carità, così da dimostrare alla gente locale la nostra vicinanza e solidarietà. E poi serve essere operatori di pace ogni giorno, desiderando ardente-mente la pace vera e l’unità, seminando gesti di speranza. Sono convinta che un giorno la pace verrà, anche a Betlemme, perché Dio è fedele alle sue promesse. I palestinesi hanno imparato ad essere resilienti, ma occorre an-dare. C’è un frammento della carne di Dio in ogni creatura e c’è quello che gli angeli hanno detto nel cielo di Betlemme: la volontà di amare perché niente è impossibile a Dio. Lì paradossalmente il mistero gioioso della nascita di Cristo si intreccia con il mistero della croce. È un luogo che ha conosciuto davvero il “giogo” e il “bastone” dell’oppressione. Chi ci abita è chiamato a vivere nell’umiltà e nella povertà, con la certezza che ogni dolore sarà trasfigurato. La gioia piena sta nel riconoscersi amati e benedetti sempre dal Padre.

Cos’è la pace per te?

Non è assenza di conflitti, ma stare e camminare con il Signore, l’essere abitati da benessere interiore, sicurezza, protezione e tenerezza, benevolenza verso tutti incondizionatamente.

Ritorneresti in Terra Santa?

Subito. Il Signore e le mie sorelle lo sanno. Ho visto e vissuto le ingiustizie delle persone, come potrei non desiderare di esserci? Come Mosè continuo a implorare il dono della giustizia, della pace.

sr Naike Monique Borgo