Crotone: voci dalla pandemia vissuta

28
Set

Abbiamo chiesto alle sorelle della comunità di Crotone di raccontare qualcosa dell’esperienza e delle conseguenze della pandemia nel loro territorio. Ci hanno offerto anche un accenno a ciò che ha comportato per i migranti e per i quartieri già poveri accompagnati dalla comunità.

 “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido… Conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo… perciò va’! Io ti mando”. Così si legge in Esodo 3,7 e Papa Francesco in Evangelii Gaudium al numero 187 scrive: “Ogni cristiano e ogni comunità sono chiamati ad essere strumenti di Dio per la liberazione e la promozione dei poveri, in modo che essi possano integrarsi pienamente nella società; questo suppone che siamo docili e attenti ad ascoltare il grido del povero e a soccorrerlo.”

Tempo di pandemia, un lungo tempo nel quale il grido dei poveri si è fatto sentire in tanti modi. Un tempo in cui era difficile anche soccorrerlo questo popolo. Come piccola comunità delle Suore Orsoline SCM, inserita nella comunità cristiana e civile di S. Paolo Apostolo in Crotone, non potevamo rimanere sorde e cieche davanti a situazioni che facevano sentire il proprio grido.

Crotone: una città che già prima del lockdown viveva problematiche socio-economiche difficili, una terra che sembra non riuscire a volare alto perché “qualcuno” glielo vuole impedire. Così la nostra comunità si trova quotidianamente ad incontrare persone e situazioni di povertà di vario genere.

 Fame di pane

La prima e più evidente difficoltà incontrata in questo periodo, come in tante altre città, è stata quella di persone in difficoltà economica. Ci siamo interrogate insieme al parroco come si potessero scoprire i nuovi poveri, quelli non seguiti abitualmente dalla Caritas parrocchiale, gli impoveriti a causa della pandemia, della chiusura totale, quelli che “si vergognano” a chiedere pane.

Un messaggio postato sulla pagina Facebook della parrocchia con il quale invitiamo le persone e le famiglie che si trovavano in necessità a far presente la propria situazione di bisogno alimentare ha fatto emergere nomi e volti nuovi. Ci sono state persone che, quasi scusandosi, chiedevano di essere aiutati a fare la spesa, a pagare le bollette della luce…

Contemporaneamente un appello rivolto alla comunità cristiana a farsi carico della difficoltà di tanti fratelli. Insieme ai volontari della Caritas parrocchiale,  siamo riusciti a far incontrare queste due realtà: il bisogno delle persone e i gesti concreti della comunità cristiana che, come sempre, ha risposto con grande generosità.

Testimonianza di Annamaria e Fabrizio

Tutto iniziò il 7 marzo quando per la prima volta fu pronunciata la parola “lockdown”, mai sentita prima, con cui si annunciava la chiusura di tutto: città, paesi, ospedali, negozi, bar, parrucchieri ecc. ecc….  ma, cosa più incredibile, il divieto di uscire da casa se non per casi eccezionali e ben motivati. Iniziava un’avventura tutta nuova che mai avevamo pensato di affrontare. Eravamo abituati, con un gruppo di amici volontari a distribuire mensilmente, con ordine, con giorni ben precisi, l’aiuto che ci viene normalmente fornito dal Banco Alimentare, ma in quel periodo eccezionale tante richieste di aiuto arrivavano da ogni parte, dai parroci, da amici e conoscenti che chiedevano come poter aiutare quelle famiglie rimaste senza lavoro da un giorno all’altro. Le richieste che ci facevano soffrire di più erano quelle per i bambini (pannolini, omogeneizzati, pastina, biscotti…) che i genitori non erano più in grado di comprare.

La maggior parte degli assistiti sono persone che lavorano in nero quindi lasciati a casa senza stipendio. Mai avremmo pensato di trovarci a gestire una situazione così grande, non sapevamo da dove cominciare e come potevamo in qualche modo aiutare chi si trovava in difficoltà.

Siamo quindi arrivati ad alternarci per poter assicurare la presenza al centro Caritas tutti i giorni: accogliere e sistemare gli aiuti che venivano dai membri della comunità cristiana e poi distribuire il tutto, in base alle necessità che si presentavano, a quelle famiglie che si sono trovate senza lavoro da un giorno all’altro per la morte del datore di lavoro o a quelle che, a causa della chiusura forzata, il datore di lavoro non è riuscito a mantenere all’interno del personale. Sono state settimane piene, che però ci hanno fatto comprendere come “il miracolo non è la moltiplicazione di pani e pesci, ma la condivisione” del poco che si ha.  

 Fame di sapere

In alcuni quartieri, nei quali la nostra comunità è impegnata da tempo, c’è un’altra povertà, un’altra fame a cui dare risposta: è la fame di sapere. Una fame spesso sopita, addormentata, inconsapevole, una fame da risvegliare, da sostenere. E allora è stato realizzato alcuni anni fa il doposcuola frequentato in particolare da bambini e ragazzi dei due quartieri che abitualmente seguiamo come comunità: è una risposta alla dispersione scolastica, alla fatica nel seguire i figli da parte delle famiglie… alla non consapevolezza di quanto sia importante la scuola…

Ma… il 7 marzo tutto viene sospeso, scuole chiuse, ci sarà da Didattica a distanza (DAD)… Naturalmente anche il doposcuola viene chiuso. Una domanda sorge netta da parte nostra e degli insegnanti volontari che fanno questo servizio: i nostri ragazzi come faranno?  Alcuni l’hanno presa come una vacanza prolungata (!) altri non hanno gli strumenti necessari per seguire le lezioni a distanza. Sono state frequenti le telefonate fatte alle mamme per continuare l’opera di sensibilizzazione in ordine all’importanza della scuola per questi ragazzi, per far comprendere quanto la cultura sia parte integrante della crescita dei loro figli… e quindi l’importanza di seguirli anche in questo periodo particolare.

E… dentro questa nebulosità succede anche qualche piccolo miracolo.  Un esempio: una mamma, la cui figlia “pretendeva” di essere seguita da lei nei compiti in questa situazione così nuova, sostenuta attraverso il telefono, incoraggiata a stare vicina alla sua bambina, alla fine si scopre capace di fare la mamma, questo pur nella sua povertà culturale, pur non riuscendo sempre ad insegnare secondo i metodi della scuola. E la bambina si scopre capace di seguire, con il telefono e il tablet, le lezioni che la maestra di sostegno le impartisce a distanza. Quando finalmente qualcosa si apre e le possiamo andare a trovare a casa, scopriamo una bambina cresciuta nella fiducia in se stessa e una mamma che ha intuito il suo ruolo.

  • E poi la scuola dove sr. Rosaria insegna. La difficoltà di sostenere, di seguire tutti i suoi alunni “a distanza” perché lei non vuole lasciare indietro nessuno!… e così si trova a vivere la fatica di aiutare qualche alunno con delle difficoltà particolari, che già in presenza faticava a seguire le lezioni. A sedere davanti al computer dalla mattina alla sera per facilitare l’apprendimento a tutti…ma quale soddisfazione alla fine quando anche questi ragazzi riescono a comprendere e a rispondere in maniera adeguata alle lezioni fatte su misura! “Bravo! vedi che ce l’hai fatta?”

In questo campo rimane tuttavia una preoccupazione per il futuro che tutti ormai conosciamo.

Fame di accoglienza

Crotone: terra di accoglienza di migranti. Voglio ricordare solo due storie che forse abbiamo già sentito. Il piccolo Madou, un bimbo di sei anni, ha fatto la traversata del Mediterraneo da solo, senza i genitori, senza un parente e ha ritrovato la sua mamma al Cara di Crotone. Momenti di gioia tra le poliziotte e i volontari della Croce Rossa che per due settimane si sono occupati del piccolo, durante la quarantena sulla nave Moby Zaza.

Angelo Vita, volontario della Croce rossa italiana di Agrigento racconta che «Il piccolo è stato per due settimane sulla nave senza i genitori, ma è stato accudito con affetto dai poliziotti e dalla Croce rossa. Un bimbo molto affettuoso e educato. Educatissimo. Questa storia mi ha molto colpito e mi resterà nel cuore per sempre».

E la storia di una donna partita dalla Costa d’avorio riportata dal giornale “Il Quotidiano” del 26 luglio 2020

CROTONE – «Vorrei dire alle persone che si lamentano per il fatto che noi immigrati arriviamo in Italia che ognuno preferirebbe stare a casa sua; se noi partiamo non è per fare villeggiatura, ma solo perché dove siamo nati abbiamo problemi e rischiamo la vita». Così Sofie (nome di fantasia) una donna della Costa D’Avorio, attualmente ospite al Cara Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto, dopo un travagliato viaggio, in cui non son mancate torture, infibulazione, violenze fisiche e sessuali, riti tribali, oltre che uccisioni di parenti e minacce di morte.

Crotone non è solo una terra dove arrivano i migranti, è anche una città dove molti migranti sono stati registrati negli anni passati e dove devono tornare per rinnovare il permesso di soggiorno.  Con il lockdown molti di loro si sono trovati bloccati a Crotone senza possibilità di muoversi, qualcuno senza avere un luogo dove dormire la notte, quindi fermati e multati… chiuse anche le mense in questo periodo… E allora, con tutte le precauzioni richieste dal momento, l’Ufficio migranti della Caritas Diocesana ha cercato di dare una risposta distribuendo mascherine, dando accoglienza notturna nel Dormitorio per i senza fissa dimora, seguendo le necessità legali in ordine al rinnovo del permesso di soggiorno, distribuendo pasti da asporto…

 Fame di un altro Pane

“Non di solo pane vive l’uomo…” . In questo lungo tempo di Lockdown la comunità cristiana ha dovuto imparare un  nuovo modo di pregare, di ascoltare, di vivere la fraternità e la fede.  “Signore, Non sono abituato a questo “assordante” silenzio. La Domenica, giorno del Signore, è stato privato dall’incontro di tanti fratelli e sorelle, che in modo diverso mi hanno manifestato il desiderio e la sete di Te…. Mentre solitamente a quest’ora portavo nel mio cuore l’immagine di una chiesa piena, del chiasso “festoso” dei bambini, dell’ansia e della premura di tantissimi operatori pastorali, l’incrocio di sguardi con tanti papà e mamme…”  (Scriveva il parroco don Simone in uno dei tanti messaggi postati su Facebook della Parrocchia).

E anche noi Suore, favorite stranamente da questo momento di “vuoto” operativo,  abbiamo vissuto momenti diversi di condivisione quotidiana della Parola spezzata e di fraternità con il parroco, di corresponsabilità nelle celebrazioni affinché tutto il popolo di Dio potesse sentirsi unito, portato dentro il nostro cuore e consegnato a Gesù eucarestia che noi avevamo il privilegio di ricevere quotidianamente anche in modo sacramentale; desideravamo che si sentisse presente, anche se da lontano, nelle varie celebrazioni.

 “Vi ricordo che alle ore 18, io e le suore ci metteremo in adorazione davanti a Gesù Eucarestia, e porteremo tutte le vostre preghiere.” (Info San Paolo)

E gli ammalati? I ministri dell’eucarestia non potevano più portare loro Gesù, il Cibo della Consolazione, allora si ricorreva al telefono cercando di dare loro conforto e coraggio per superare le loro preoccupazioni e paure.

 Esperienza di Domenico Oliverio

“Il Lockdown della scorsa primavera, ha inciso profondamente su ogni aspetto della nostra vita famigliare, compresa quella inerente l’appartenenza alla Parrocchia di S. Paolo che tanto coinvolge e riempie le nostre vite. Come catechisti, io e mia moglie ci siamo ritrovati improvvisamente impossibilitati nell’incontrare i nostri ragazzi, che non abbiamo potuto nemmeno salutare e come coppia ci siamo ritrovati in pochi giorni soli, senza poter partecipare al nostro gruppo che coinvolge tante famiglie regalandoci la possibilità  di un confronto e di un abbraccio settimanale.

Che dire dei ragazzi? Nostro figlio Salvatore, così entusiasta di tutte le attività organizzate nel post cresima, si è ritrovato imprigionato nella sua stanza privo della vitalità tipica degli adolescenti che fanno gruppo, Martina, invece, incerta sul cammino che di lì a poco l’avrebbe portata a conseguire la cresima.

Come famiglia, invece, ci appariva inverosimile ed inaccettabile l’impossibilità di partecipare alla messa domenicale e di non poter ricevere come sempre, Gesù Eucarestia. Eppure… la bellezza degli esseri umani è quella di sapersi reinventare, saper creare nuove strade allorché i vecchi percorsi non sono più percorribili. La nostra comunità, non ci ha lasciati soli e anzi ci sono stati suggeriti nuovi modi di sentirci vicini per continuare, seppur in modo differente, ciò che era stato bruscamente interrotto.

Ricordo la domenica delle Palme: niente ramoscello di ulivo pensavamo… “fatelo voi, ritagliatelo da un foglio di carta e coloratelo”. E’ stata la prima indicazione che ci portava verso l’edificazione di una vera e propria Chiesa domestica che avrebbe trasformato un angolo della nostra casa in un piccolo altare dedicato al Signore. Così ci riunivamo davanti alla TV per seguire le celebrazioni eucaristiche e l’immagine della Cappellina, dove il parroco con le suore celebravano in questo periodo, ci dava l’impressione di essere tutti lì, quasi fosse un prolungamento del nostro soggiorno.

Ogni venerdì, grazie alle nuove tecnologie video, incontravamo seppur virtualmente le coppie facenti parte del nostro gruppo, recitavamo il rosario, ci davamo coraggio, sorridevamo, tanto che a fine incontro, ci sentivamo davvero meno soli. Mio figlio Salvatore, grazie ai responsabili del suo gruppo, veniva coinvolto nella realizzazione di video che invitavano i giovani ad abbracciarsi in maniera nuova ed i nostri ragazzi del catechismo, così come i loro genitori, venivano spesso raggiunti da messaggi incoraggianti, frasi e pensieri scritti nella loro lingua di adolescenti, con l’aiuto dei social network che sono per loro ormai il pane quotidiano.

Abbiamo imparato, nonostante tutto, a non darci per vinti, continuando per come si poteva il cammino intrapreso. Non siamo stati lasciati soli, mai, nemmeno un giorno, anche solo grazie ad un messaggio del parroco sul gruppo WhatsApp, su info della parrocchia, sperando ed attendendo il giorno in cui avremmo ricominciato ad essere fisicamente più vicini.

sr. Beatrice Bertoldi con le sorelle della comunità di Crotone e amici laici

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