Admirabile Signum: Presepi in Mozambico

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Dic

Beira – Dondo, 20 dicembre 2019

Parto per cercare un Avvento e un Natale veri,  più poveri di forma e più ricchi di sostanza. Parto per ritrovare il senso ultimo del Natale, umiliato e seppellito dai riti della festa commerciale ad ogni costo, delle luminarie pacchiane  per le strade, delle vetrine traboccanti di cibi e cose inutili ostentati come se dalle nostre parti avessimo davvero ancora bisogno di più cibo e di più cose inutili.

Parto scendendo da nord a sud, dal primo al terzo mondo, sperando che questo viaggio mi aiuti a dare risposta ad una domanda che torna ogni dicembre: ma è davvero questo, solo questo, Natale?

Parto accompagnata dalla lettera apostolica sul significato e il valore del presepe che Papa Francesco ha pubblicato il 1° dicembre da Greccio. C’è andato di persona in questo piccolo paese rupestre aggrappato a montagne scoscese e boscose che dominano la piana reatina, quella Valle Santa percorsa 800 anni fa da un altro Francesco, il poverello di Assisi. Il santuario non è neanche in paese, come sa chi almeno una volta nella vita ha visitano questi luoghi. E’ appartato e isolato. Oggi c’è una strada a tornanti per arrivare, ma quando Francesco scelse questo luogo, e vi allestì il primo presepe della storia,  era davvero un posto da lupi, impervio e difficile da raggiungere, tant’è che un grande faggio, dice la tradizione, aveva dato riposo e rifugio sotto le sue fronde al cammino faticoso del Santo.  Dicono che il faggio di San Francesco,  ottocento anni dopo, sia ancora là, meta di visitatori  e di pellegrini che a Greccio vengono a cercare lo spirito mite, silenzioso e povero  del messaggio cristiano.

Papa Francesco anche lui ha sentito il richiamo di Greccio:  quasi un invito, come dice nella sua lettera, “a metterci spiritualmente in cammino, attratti dalla umiltà di Colui che si è fatto uomo per incontrare ogni uomo” e a incontrarlo in questo tempo di Natale anche con l’aiuto della rappresentazione del  praesepium, la mangiatoia in lingua latina, dove, in mancanza d’altro, fu posto alla nascita il Bambino.

In “Admirabile signum” , così inizia la sua lettera, il Papa ci parla del “mirabile segno del presepio, così caro al popolo cristiano, che suscita sempre stupore e meraviglia”. E prosegue rievocando presepi di tempi lontani, quelli che si imparava a fare da bambini “quando papà e mamma, insieme ai nonni, trasmettevano questa gioiosa abitudine, che racchiude in sé una ricca spiritualità popolare”. Nelle pagine che seguono il Papa restituisce dignità e conferisce nuovo senso  perfino ai presepi  più attuali che, a fianco dei protagonisti di tradizione (la Santa Famiglia, gli angeli, i pastori, le grotte di cartapesta, i cieli di carta blu, i ruderi di villaggi e i sentieri della campagna) hanno visto negli anni comparire anche personaggi della cronaca, location moderne e simboli contemporanei.  Come intorno al Gesù di Betlemme accorse tutto il mondo del suo tempo, così nel presepio di oggi, “c’è spazio per tutto ciò che è umano e per ogni creatura”.

Come dire che, fuori del tempo e dello spazio, il vero presepio aspetta ciascuno di noi. Ed è un appuntamento a cui non possiamo mancare.

Allora eccomi in viaggio verso il Mozambico, terra di missione delle nostre Suore Orsoline del Sacro Cuore di Maria, con la voglia di cercare, andando, i presepi che incontrerò lungo la strada, e di non lasciarmeli sfuggire solo per distrazione o per disattenzione. Il primo lo trovo all’aeroporto di Venezia, dove trionfi di alberi di Natale e cumuli di panettoni, pandori e torroni rendono davvero complicata la ricerca. Lo trovo nel negozio di articoli di Murano:  è un presepio di vetro soffiato, la grotta è poco più di un guscio di noce e S.Giuseppe, la Madonna e il Bambino sono figurine appena stilizzate. Vicino ci sono alberi in vetro multicolore, sfere d’oro e d’argento  e decine di Babbo Natale, molto più appariscenti e attrattivi. Quello di Venezia è un presepio modesto nella forma e nel materiale, che se vuoi devi andarti a scovare fra mille cianfrusaglie. Mi pare che un presepio così dica qualcosa del tempo in cui viviamo e della necessità di non smettere mai di cercare. Decollo verso la Germania e rileggo le parole di Francesco sul presepe: “ ciò che conta è che esso parli alla nostra  vita”. Sono sicura che all’aeroporto di Francoforte, nel paese celebre per le figurine di legno intagliato, mi aspetta un altro presepe. Lo cerco fra cento boutique di alta gamma, fra espositori di profumi e creme di bellezza, fra ristorantini e caffetterie. In questo mercato globale a misura di viaggiatori di tutto il mondo non c’è spazio neanche per le decorazioni di Natale, quelle che non mi piacciono. Qui è il marketing sfrenato a vincere e il politically correct a dominare. E la legge del mercato non può permettersi di cambiare regole e prodotti solo perché in Europa si festeggia Natale e Capodanno. Mi fermo nell’unico negozio che vende oggetti di legno intagliato: ci sono pareti piene di orologi a cucù  e orde di pupazzi vestiti  da Babbo Natale, seguiti da schiere di elfi e folletti. “Presepio?” mi dice la commessa  a cui ho chiesto se ne hanno uno. “No, non esistono più, o almeno sono anni che non li vedo”.  Che delusione! Mi consola ancora la lettera di Papa Francesco che dà senso anche alle rovine di palazzi e templi antichi che spesso compaiono nei fondali del presepio. “quelle rovine sono soprattutto il segno visibile dell’umanità decadente, di tutto ciò che va in rovina…”. Uno scenario che ci dice che “Gesù è venuto a guarire e  ricostruire”.

E’ ora di un altro volo,  questa volta verso gli antipodi. Si parte di notte e si atterra all’alba in Sud Africa. Qui di Natale c’è proprio poco. Nelle vetrine dell’aeroporto trionfano l’arte tribale e i colori del continente nero.

Eppure un presepe c’è:  un gruppo di statue fatte di perline rosse, un bimbo, una mamma, un papà. “No non è presepio cristiano” mi dice un ragazzo “ rappresentano semplicemente un gruppo famigliare”. La frase mi torna in mente più volte mentre l’ultima tratta di volo mi porta a Beira, la seconda città del Mozambico, semidevastata sei mesi fa dal più potente ciclone mai abbattutosi sulla costa africana dell’oceano indiano.

A Beira, sotto una tensostruttura che ha sostituito la chiesa demolita dal tifone, i preparativi per allestire il presepio della parrocchia sono ancora indietro. Ma assicurano che tutto sarà a posto per la Notte santa.

Intorno alla chiesa, nella terza domenica d’Avvento, quella della gioia e della benedizione dei bambinelli (per i fortunati  che ne posseggono uno),  ci sono nugoli di bambini, i più piccoli aggrappati alle schiene delle loro mamme e trattenuti dalle tipiche capulane,e accanto a loro i papà. Ogni gruppo famigliare porta con sé la speranza del  futuro, la fatica dell’oggi, dolori e gioie chiuse nel cuore e nella mente. In Mozambico è difficile avere denaro per mangiare e bere, figurarsi per allestire in casa un presepio. Però mi sembra che i veri presepi del Mozambico siano questi. Presepi viventi che parlano anche essi, e molto esplicitamente,  alla nostra vita.

Annalisa Lombardo

 

  

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