Perdonare e (è) donare

18
Lug

Misericordiosi come il padre: perdonare e donare. Questo il titolo scelto per uno degli appuntamenti in occasione dello scorso 8 marzo, incontrando Jasminka Selimović e mons. Pero Sudar e ascoltando le loro testimonianze di misericordia vissuta in Bosnia Erzegovina.

Vogliamo riproporre, in questo numero di “Vita Nuova” dedicato al tema della riconciliazione, ampi stralci del profondo intervento che mons. Pero Sudar, vescovo ausiliare di Sarajevo, ha tenuto in occasione dell’incontro a Bassano del Grappa. Lasciamo spazio alla sua riflessione sul tema del perdono, e alle storie dei tanti semi di misericordia incontrati fra la sua gente; parole capaci di orientare anche le nostre riflessioni e i nostri passi sulla via della riconciliazione e della misericordia che il Padre ci insegna.

 Mi è stato chiesto di introdurre la nostra comune riflessione sul tema della misericordia che è, secondo me, un presupposto fondamentale per il perdono.

Cos’è il perdono e quale senso ha nella vita degli individui e delle società umane? In una parola si potrebbe dire che il perdono è il frutto della misericordia e perciò lo strumento per raggiungere la serenità del cuore. Ci domandiamo: è possibile, e in che modo, parlare del perdono fuori dall’autentico contesto religioso, cioè fuori dalla relazione uomo-Dio? E come deve essere questo nostro legame con Dio per renderci capaci di perdonare?

Ovviamente, il perdono non è una qualità innata alla natura umana. Non si tratta di un comportamento spontaneo. Al contrario, i nostri sentimenti ci inducono piuttosto a seguire l’istinto spontaneo di ripagare il male col male. Il perdono ci risulta tanto arduo che lo stesso Antico Testamento si è accontentato della logica occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido. Un detto delle nostre parti esprime questa logica in maniera sconcertante. Esso afferma: Chi non si vendica non si santifica! La vendetta e la santificazione messe insieme in un contesto che fa paura. Un vero allarme per coloro che rappresentano le Chiese e le comunità religiose!

Allora, pare ovvio che per la sua forza e per i suoi effetti, il vero perdono non appartenga al mondo meramente umano. Però la vita o addirittura la sopravvivenza umana non sono possibili senza il perdono, e perciò il perdono risulta piuttosto un imperativo della vita umana. Per questo bisognerebbe non soltanto parlare, ma coltivare la cultura del perdono, anche se Dio non ci fosse. Rimane quindi la domanda, se il concetto del perdono sia concepibile senza l’idea di un Dio che perdona e perdonando rivela il senso profondo del perdono. Il concetto di perdono significa remissione di una colpa. Vale a dire, tramite un dono (per-dono) sanare una relazione disturbata.

La vita tra persone molto vicine, anche quelle che si sforzano di fare del loro meglio, è colma di situazioni in cui bisogna ricorrere al sentimento e alla pratica del perdono, se si vuole che il legame sereno continui.

Però perdonare non è per niente facile. Prima di tutto bisogna fare lo sforzo di cogliere il perché del perdono. Per quale motivo donare il dono del perdono anche a uno che, secondo il nostro parere, con il suo comportamento ha meritato la condanna? La logica che ci è stata inculcata fa fatica a comprendere che il perdono è un dono che, proprio in quanto dono, non deve essere meritato!

Perdonare non significa soltanto rimettere un torto che ci è stato fatto ma anche e, direi, innanzitutto considerare con comprensione e misericordia, vale a dire sforzarsi a comprendere ed accettare il fatto che la dignità dell’altro è più grande e più importante del torto che mi ha fatto. E che questa realtà mi obbliga! Senza lo sforzo interiore di comprendere e senza i motivi che vanno oltre le relazioni utilitaristiche, nessuno è in grado di perdonare, cioè di trattare il suo debitore come se non gli avesse provocato alcun danno. Questo sottile ma vero significato del perdono mi pare ancora più importante, perché ci fa capire che per un mondo di pace non basta solo perdonare qualcuno che ci ha fatto qualcosa di male. Nell’ambito delle nuove minacce di oggi bisogna piuttosto imparare a considerare con comprensione coloro che non sono dei “nostri”, non sono come noi e non vivono come noi riteniamo giusto.

Chi e per quale motivo dovrebbe perdonare, donare se stesso e cosa bisogna perdonare? Molto spesso succede – e capita di sentirlo anche nelle confessioni – che la gente per bene affermi di voler bene a tutti, ma di essere però costretta ad ignorare qualcuno tra i suoi parenti o vicini. Spiegano che quel tale ha un carattere talmente diverso che l’unico modo per stare in pace e lasciare in pace l’altro è smettere di parlargli e interrompere ogni contatto con lui. Il confessore assolve questi penitenti perché non hanno fatto niente di male. Anzi, hanno un merito perché evitano il male possibile. Però rimane la domanda di fondo, se cioè può esistere un peccato più grave e poi anche una minaccia più grande per la pace della mancanza di comprensione e di compassione, vale a dire dell’interesse minimo per la persona umana? La cosa che durante la guerra nella mia Patria m’impauriva di più era proprio la spaventosa assenza di compassione e misericordia nei confronti della sofferenza umana. Com’è possibile considerarsi essere umani e non provare la compassione per coloro che, senza alcuna possibilità di difesa, sono sottoposti alle torture fino alla morte? Si tratta di quello spaventoso atteggiamento dell’indifferenza che umilia e costituisce una minaccia per la famiglia umana, come ci insegna papa Francesco. È spaventoso il fatto che l’uomo, l’immagine di Dio, riesce a spogliarsi delle sue caratteristiche fondamentali, tra cui anche la compassione.

Ci vuole una nuova mentalità fondata sul fatto che ogni essere umano merita compassione e misericordia come motivo del perdono, non perché è buono e uguale a noi, ma perché è persona. Bisogna divulgare la fondamentale verità che l’uomo è uomo solo in quanto è capace di provare il sentimento della compassione, vale a dire il sentimento dell’amore, per un altro uomo in quanto uomo. Se Dio è l’amore per definizione, l’uomo può essere a sua immagine solo in quanto caratterizzato da questa virtù. Il perdono è la più autentica caratteristica dell’uomo e il criterio di qualsiasi umanesimo! Ecco perché c’è sempre un motivo valido per il perdono!

La pace è opera della giustizia. La giustizia è una realtà molto delicata che bisogna sempre rinnovare tramite il perdono incondizionato. Il perdono è la realtà tramite la quale l`uomo si avvicina a Dio. Perciò, essa è possibile e nello stesso tempo indispensabile. Può però perdonare soltanto colui che crede nella misericordia divina. Ecco perché l’impegno della Chiesa per la pace deve essere diverso da quello della politica, ogni qualvolta la politica tradisce l’uomo. Un futuro di pace nel mondo di oggi, un futuro di pace in Bosnia ed Erzegovina è possibile se viene cambiata la mentalità egoista, educando la coscienza ad essere sensibile ai valori umani considerati e riconosciuti alla luce divina.

Sono profondamente convinto che per la pace vera tra gli uomini ci vuole Dio! Solo Lui ci può far capire ed accettare la giustizia, che non esiste senza la verità sulla vita e sull’uomo, che a sua volta non c’è senza l’amore. La consapevolezza di dover amare non soltanto il prossimo ma anche il nemico è inizio e culmine della giustizia. Questa parola non è più una parola detta dal vescovo cattolico, perché deve dirla. Questa è la verità bagnata da tanto sangue innocente da dover essere capita e accettata nel nome di tutti: nel nome di Dio e nel nome dell’uomo. La pace non c’è senza che l’uomo riconosca e accetti la profonda verità di se stesso come figlio di Dio, perché soltanto così egli è in grado di riconoscere ed amare il suo prossimo, vale a dire ogni uomo, come figlio di Dio e quindi come fratello. Ecco perché mi sembra che non sia possibile educare la coscienza alla pace senza pregare. Pregare oggi significa renderci conto che Dio, a cui rivolgiamo la nostra preghiera, ci invita a ripensare di continuo il nostro rapporto con gli altri, cioè con tutti gli uomini, davanti al Suo cospetto. Amare coloro che riteniamo nemici è molto difficile, per non dire impossibile. Amare i nemici è possibile solo cessando di trattarli come nemici!

Una donna, madre di due figli, all’inizio dell’aggressione serba a Sarajevo in un giorno ha perso il marito, il cognato e il suocero, e tutto ciò che possedevano. È riuscita a portare in salvo la figlia di quindici anni e il figlio di dodici. Si è rifugiata in una stanzetta nella parte della città non occupata rifiutando di emigrare in Germania dove aveva i parenti. Nella domenica in cui il nostro Arcivescovo celebrava la sua prima Messa da Cardinale nella nostra cattedrale suo figlio era tra i chierichetti. Portava il pastorale del Cardinale. Tra coloro che portavano le offerte ci fu anche lei, portando un cero che brillava. In quel momento mi è sembrato che lei stessa fosse un cero vivo che brillando camminava tra la gente. Qualche mese dopo, la seconda bomba che colpì il mercato di Sarajevo il 28 agosto 1995, uccise trentasette persone, tra queste anche suo figlio, già quindicenne. Durante la Messa in suffragio del figlio cantava il coro dei giovani della cattedrale, costituitosi durante la guerra. Tra i giovani del coro c’era anche la figlia. Fu una Messa cantata con le lacrime sui visi dei nostri giovani. Quante Messe celebrate piangendo! Quante famiglie e persone provate come questa! Al posto dell’omelia, io potevo parafrasare le parole del Vangelo letto in quella Messa: Donna, ecco i tuoi figli! e alla sua figlia e a tutti i giovani presenti: Ecco vostra madre! Nel dicembre dello stesso anno incontrai quella Madre martire in Germania dove si era recata per visitare i suoi parenti. Con la paura nel cuore le domandai se avesse intenzione di rimanere lì. Mi rispose: No, caro vescovo. A Sarajevo il male mi ha tolto tutto, ma il bene mi ha dato di più! Io come madre appartengo a quella terra dove riposano i miei cari e dove soffrono i miei amici. Come cristiana voglio appartenere a quella Chiesa che mi ha insegnato che l’odio non è più forte dell’amore. Questa convinzione posso e voglio vivere fino in fondo soltanto a Sarajevo, perché voglio e posso perdonare. Ogni tanto la vedo passeggiare con il nipote e mi viene l’idea che la nuova vita sia spuntata dalla sua capacità di perdonare. Non è forse questo, e tanti altri esempi sui quali non scrivono i giornali e non parlano la radio e la televisione, un forte fondamento su cui poggia il futuro di questo nostro mondo? Io credo proprio di sì!

Mons. Pero Sudar

 

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