Non Dalla Guerra! La pace audace

12
Giu

La storia di una giovane associazione vicentina raccontata da uno dei suoi fondatori, tra esperienze di volontariato e sensibilizzazione

Della guerra in Siria, fino a sei anni fa, sapevo solo ciò che giornali e media raccontavano. Nel 2014 ho avuto la possibilità di fare un’esperienza in Giordania, un paese che dall’inizio del conflitto siriano ha accolto milioni di rifugiati. Ho conosciuto chi è stato costretto a scappare dalla propria città, ho ascoltato storie di sofferenza, dolore, rabbia. È stata un’esperienza che ha cambiato la mia vita di ragazzo di vent’anni e anche quella di chi ha condiviso con me questo viaggio.

Sui media si parlava della guerra in Siria come di una rivolta popolare nata sulla scia delle primavere arabe, ma già dal 2012 iniziavano ad arrivare notizie che descrivevano una condizione molto più violenta con la presenza sistematica di sfollati interni e di rifugiati nei paesi limitrofi. Un incontro a Valdagno con padre Paolo Dall’Oglio (all’epoca espulso dal regime di Assad) è stato determinante per attirare la mia attenzione su ciò che stava accadendo a poche ore di aereo da casa mia. Qualche tempo dopo si è presentata la possibilità di fare un’esperienza con la Caritas giordana nei luoghi in cui stavano arrivando milioni di siriani in fuga dalla guerra e altrettanti iracheni in fuga dalle violenze dell’Isis. È stata un’esperienza che ho vissuto assieme ad un altro ragazzo della mia età. Per coprire i costi del viaggio, difficili da sostenere per due ragazzi di vent’anni, abbiamo coinvolto quelle realtà associative del territorio a cui eravamo vicini.

Non sapevamo quasi niente di ciò che ci aspettava in Giordania, ma eravamo fortemente motivati. Non sapevamo bene cosa sarebbe nato da quell’esperienza, ma eravamo consapevoli di potere fare qualcosa di più impegnandoci in prima persona. La domanda che ci siamo posti è stata: “Che cosa possono fare due giovani che hanno appena iniziato l’università di fronte al dramma della guerra?”. Iniziare a parlare di pace ci è sembrato troppo complesso e troppo “alto” per noi. Dopo il viaggio in Giordania abbiamo iniziato ad attribuire alla parola pace un significato concreto, non più astratto. Abbiamo capito che la pace non è uno slogan, ma un bisogno reale delle persone incontrate in quei luoghi. Da giovani italiani che per fortuna non hanno mai vissuto direttamente le conseguenze di una guerra, non ci siamo sentiti all’altezza di argomentare il tema della pace. Abbiamo compreso a fondo, però, grazie alle storie ascoltate in Giordania, l’ingiustizia e l’irragionevolezza dei conflitti. E così la risposta alla nostra domanda è stata la nascita di Non Dalla Guerra, prima come gruppo informale e poi come associazione.

All’inizio non potevamo prevedere ciò che è diventata oggi Non Dalla Guerra, ma era già chiaro quale sarebbe stato il nostro impegno. Il terreno su cui operare non doveva essere solo la Giordania, perché non avevamo e non abbiamo tuttora le competenze per poter dar vita a dei progetti umanitari o di cooperazione. Uno degli obiettivi di Non Dalla Guerra doveva essere l’educazione alla pace in Italia e in Europa, dove già da qualche anno la paura e la diffidenza nei confronti dello “straniero” hanno preso il sopravvento. Abbiamo cominciato a incontrare gli studenti nelle scuole, a raccontare durante momenti di testimonianza ciò che abbiamo visto e ascoltato, ma soprattutto a diffondere una voce diversa da quella che genera intolleranza. Molti altri giovani si sono così interessati e avvicinati a Non Dalla Guerra, che è diventata per loro una sorta di spazio di espressione in cui possono conoscere se stessi e fare un’esperienza di volontariato forte.

Dal 2015 ad oggi, infatti, abbiamo accompagnato in Giordania centinaia di ragazzi che hanno interpretato ognuno a proprio modo i nostri sogni e le nostre idee. Giovani che di fronte a certe situazioni non si sono girati dall’altra parte, giovani che smentiscono chi li reputa menefreghisti o individualisti, giovani che hanno creato una sorta di modello culturale in risposta a chi non ha fiducia nelle loro capacità. Oltre all’esperienza di volontariato e alle tante attività di educazione alla pace, siamo impegnati anche iniziative di raccolta fondi per sostenere progetti di scolarizzazione dedicati ai bambini e ai ragazzi siriani che vivono in Giordania. Da una dimensione locale, veneta, ci siamo allargati anche oltre i confini nazionali europei coinvolgendo nei nostri progetti giovani e realtà da diverse parti del mondo.

Oggi “Non Dalla Guerra” è molto di più di ciò che ci aspettavamo quando siamo partiti per la prima volta verso la Giordania. Ogni volta che ritorniamo in questo paese per noi è fondamentale il concetto di incontro. È un tema difficile da argomentare quando si entra in contatto con un mondo in cui la guerra ha lasciato dei segni indelebili, ma è un punto dal quale non è possibile prescindere. Andiamo in Giordania per ascoltare ciò che chi vive in situazioni di fragilità e sospensione ha bisogno di esprimere. Ci siamo resi conto che non esiste solo un volontariato del “fare”, del “costruire” o del “portare” per gli altri, ma c’è anche un volontariato del “condividere”, del “mettere a disposizione” il proprio tempo per incontrare e conoscere queste persone. Ed è proprio di questo che chi incontriamo in Giordania ha bisogno.

Incontro, per noi, significa creare un rapporto che non sia squilibrato, che non si instauri tra un giovane occidentale e un rifugiato. Ma tra due persone che si sentono sullo stesso piano. Solo così è possibile abbattere le barriere e i pregiudizi. Se riusciamo ad andare oltre alle etichette e ai preconcetti, ogni incontro diventa la scoperta di un mondo nuovo. “Io sono te e ciò che vedo è me stesso” è una frase che ci accompagna da qualche tempo. Nel momento in cui incontriamo davvero qualcuno, quel qualcuno ci mostra anche qualcosa di noi stessi. La sua esistenza ci permette di scoprire anche alla nostra esistenza. Dedicare del tempo agli altri incontrandoli in questa dimensione, è uno dei presupposti per rispondere alla domanda “che cosa posso fare io?”.

Tommaso Carrieri, cofondatore dell’associazione

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