L’unità prevale sul conflitto. Una pace che non disperde le differenze

30
Ago

Devo pur sopportare qualche bruco
se voglio conoscere le farfalle,
sembra che siano così belle.
(A. De Saint-Exupéry)

A volte si sente dire che per il “quieto vivere” è necessario mollare qualche pretesa, dimenticare qualche offesa, sopportare qualche ingiustizia, lasciar andare qualche colpevole. Si nomina spesso la pazienza come ingrediente principale delle relazioni affettive che durano da molti anni, in un modo che spesso ha convinto le donne a tacitare il loro desiderio. Non c’è nulla di più distante da quanto intende significare questo secondo principio di Evangelii gaudium: l’unità prevale sul conflitto. Certamente si tratta di un’affermazione che mira alla pace, al riconoscimento delle differenze in un quadro coerente, alla convergenza tra i soggetti che guardano nella stessa direzione, ma tutti questi aspetti sono cercati dentro una storia che ha le proprie dinamiche, tensioni, fatiche e che non deve essere addomesticata. Davanti agli attriti non bisogna chiudere gli occhi, né voltare lo sguardo, né infilare le mani in tasca, come direbbe don Milani. “Il conflitto non può essere ignorato o dissimulato. Dev’essere accettato”, si legge in EG 226. Dalla realtà vengono urgenze che domandano attenzione, cura, reazione. Fuggire è da irresponsabili. Fingere di non accorgersene è disumano e disumanizzante.

Spesso, tuttavia, ci assale la paura o la pigrizia: “di fronte al conflitto, alcuni semplicemente lo guardano e vanno avanti come se nulla fosse, se ne lavano le mani per poter continuare con la loro vita” (EG 227). Si diventa allora complici dei mali del mondo e ci si rassegna a un presente fatto di squilibri, indifferenze, consumi scriteriati e competizioni agguerrite. Sono i soggetti più deboli, in questo modo, a rimetterci. Sono tutti gli esclusi del mondo, “i senza tetto, i tossicodipendenti, i rifugiati, i popoli indigeni, gli anziani sempre più soli e abbandonati”, “i migranti”, tutti “coloro che sono oggetto delle diverse forme di tratta”, “le donne che soffrono situazioni di esclusione, maltrattamento e violenza”, “i bambini nascituri” (EG 211-213): persone lasciate sole perché non abbiamo il coraggio di mettere in questione i modelli economici, politici, di genere ed ecclesiali sedimentati nella storia.

C’è però un modo inadeguato di assumere i conflitti, scrive papa Francesco: ci si ferma all’attrito e alle rotture incomponibili, così “rimaniamo intrappolati” e “perdiamo la prospettiva, gli orizzonti si limitano e la realtà stessa resta frammentata” (EG 226). Il conflitto si paralizza all’interno dei confini dell’ego, un ego che patisce “le proprie confusioni e insoddisfazioni” (EG 227), che non sa confrontarsi e che si difende da ogni incontro, anche con l’aggressività.

Sono parole che in questo particolare momento storico risuonano in tutta la loro drammaticità, riempite dalle voci inascoltate di chi subisce violenza, dalla follia di chi ha alzato la voce sulla scena internazionale in nome della sicurezza e dell’ordine, dagli effetti devastanti delle armi chimiche, dalle preoccupanti manovre militari che stanno agitando diverse aree del mondo, dalle tante guerre ancora in corso e dimenticate da tutti, dall’odio subdolamente rivestito di significati religiosi.

Questa mancanza di pace ha ragioni geopolitiche e storiche, ma si radica anche nell’incapacità umana di abitare le differenze senza assumere una logica distruttiva. Di quest’incapacità abbiamo recentemente fatto esperienza, per esempio, quando le nostre parrocchie sono state raggiunte dal dibattito sul “genere”. Questa parola ha catalizzato l’interesse del cristianesimo in un orizzonte talmente ristretto che non è stato possibile confrontarsi senza che le paure, le rabbie, le inquietudini e le esperienze trovassero un modo pacifico e costruttivo di entrare in contatto. È stata una guerra senza senso, che ci ha visti tutti sconfitte e sconfitti. La polemica è stata così violenta da impedirci di cogliere le diverse prospettive in campo, le varie accezioni e declinazioni del termine, le preoccupazioni concrete che dalle diverse angolature emergevano. In questo, come in tanti altri casi che ruotano attorno a tematiche delicate, non siamo riusciti a essere “operatori di pace”, perché incapaci di “accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo” (EG 227). Seguendo questo secondo principio di papa Francesco, avremmo invece dovuto riconoscere le reciproche resistenze convertendole in tensioni di un nuovo processo critico centrato sulla reale posta in gioco: il senso della differenza sessuale.

È vero però che ci vuole sempre molta forza per abitare i conflitti. Ne va dell’essenziale che si vorrebbe custodire, che spesso rischia di smarrirsi a causa della nostra mancanza di parresia e di coraggio. Tuttavia qui si aprono domande inaggirabili: qual è il confine tra la forza e la violenza? Fino a che punto si deve lottare? E quanto il fine giustifica i mezzi?

Questi interrogativi non possono essere risolti teoricamente. Occorrono una sapienza pratica e una certa conoscenza del linguaggio conflittuale per potersi orientare. Luisa Muraro (in Dio è violent, libro del 2012) invita a misurare la nostra forza, quella degli altri e l’impatto sulle situazioni, ricordando l’insegnamento di Simone Weil: la nonviolenza è un’opportunità meravigliosa e va praticata il più possibile, ma solo là dove risulta efficace. Accettare l’irrilevanza, nel timore di assumere una posizione eccessiva, è una vera e propria abdicazione di fronte a ciò che deve essere pensato, detto e fatto.

Difficile non avvertire inquietudine per un orizzonte che sfuma il confine e il limite della forza, ma certo è che la sapienza necessaria per un’unità superiore al conflitto non è né rinunciataria né violenta, nonostante debba farsi spazio a partire da questi due rischi. La si riconosce dalla trasformazione positiva delle reazioni scomposte, dal fatto che si trovano le parole e le pratiche per esplicitare ciò che ci sta a cuore, che siamo spinti al fondo del conflitto – oltre la ruvidità della sua superficie – senza perderci o perdere qualcuno, e dal fatto che viene avviato un confronto vivo e reale, giocato non sull’immaginario dei soggetti, ma sulla realtà che ci rende distanti.

La pace che non perde le differenze è dunque possibile. È possibile “perché il Signore ha vinto il mondo e la sua permanente conflittualità avendolo «pacificato con il sangue della sua croce» (Col 1,20)”, scrive papa Francesco (EG 229). Questa pace non è a buon mercato: sorge da un processo tessuto di parole e azioni nonviolente in una storia che termina sulla croce, luogo di sofferenza ma anche di conflittualità reale e interpretativa. La pace del Risorto si rivela nell’esistenza di Gesù, che ha saputo abitare una conflittualità religiosa, politica ed esistenziale senza smentire l’essenziale della sua vocazione: il Regno di Dio. In lui si vede questa trasformazione del conflitto in processo salvifico. Crederci significa accettare questa dinamica in ogni piega dell’esistenza.

L’unità a cui fa riferimento Evangelii gaudium, dunque, passa per la fatica della storia. È un’unità che avviene durante e dopo il conflitto stesso, e che prevede un’elaborazione critica delle differenze e delle distanze nella quale ci domandiamo: come le abbiamo intese, declinate e tradotte? Là dove le abbiamo ignorate, neutralizzate o gerarchizzate, infatti, abbiamo generato tensioni che prima o poi esploderanno.

Riferirsi a uno stile del conflitto da assumere nella responsabilità, allora, significa avere il coraggio di nominare ciò che ferisce le nostre vite e le nostre comunità, per farne spazio di incontro in cui riversare i piccoli e i grandi attriti, ogni volta che si sperimentano delle differenze ma non si vuol cedere sul desiderio di sviluppare una comunione (EG 228).

Lucia Vantini

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