Lettera a Giovanna

20
Mag

Monterotondo (RM), 9 agosto ‘99

Carissima Giovanna,

il caldo afoso di questi giorni, mi interroga e mi provoca. L’istinto sarebbe sbuffare, sventolarsi e smaniare, prendendosela col clima… ma il pensiero vola presto in altri luoghi, ben più caldi, dove migliaia di persone soffrono, oltre al clima torrido, gli stenti della loro miseria. Mi sembra di vederli, ripescando nella memoria immagini che la televisione trasmette da tutto il mondo… Poi un’altra immagine. sei tu, Giovanna, impegnata in fatiche fisiche e morali – rese più dure dalla povertà – che ti toglievano ogni forza, ma sempre serena, positiva, fiduciosa, costruttiva… tu no, non sbuffavi!…

Qual è il tuo “segreto”? Cosa ti rendeva così capace di affrontare con pace quella fatica quotidiana che a noi talora sembra costare quasi più di un atto eroico!?!

Ancora una volta mi immergo nei tuoi scritti e nel tuo volto, alla ricerca di una risposta.

Mi colpisce il senso di trasparente verità col quale, rivelando il mistero di quella “nuvola” che ti consolava (l’intuizione della fondazione), riconosci: ma… io sono povera. C’è tanta dignità in quest’espressione; non provi rabbia, né autocommiserazione per te stessa e per la tua situazione socio-economica. Come sottolinea il tuo confessore, al Signore… niente è impossibile. Così sei vissuta: nella serena coscienza della tua povertà e nell’incrollabile fiducia in Colui che è stato padrone assoluto di tutta te stessa.

Da vera povera, evangelicamente povera, non ti sei mai attribuita il merito di niente, ma di tutto ti sei sentita debitrice verso qualcuno, anzitutto verso Colui che provvide a tempo e a luogo a tutti i bisogni, svolgendo le cose in modo, da potersi dire miracoloso. Anche nelle imprese più difficili, come l’apertura della scuola di lavoro, sperimenti una fortezza ed un coraggio che non ti potevano venire che da Dio.

Debitrice di tutto nei confronti di Dio, ti sei fatta debitrice nei confronti delle persone che hai coinvolto per realizzare il suo progetto: debitrice di denaro verso chi te ne prestava (cosa che avresti voluto evitare), debitrice di riconoscenza verso chi ti aiutava gratuitamente. Tu stessa racconti: sembrava che tutti conoscessero i nostri bisogni perché presto o tardi da chi meno si credeva ci arrivava il necessario. E ancora: trovai… chi fece tutto senza compenso, senza domande e meraviglie e tutto proseguì con ordine perfetto. A volte l’aiuto arrivava spontaneamente, ma quante volte hai dovuto sollecitarlo, chiederlo, invocarlo!?!… e non sono mancati rifiuti, né umiliazioni.

Davvero eri costretta, quasi “condannata”, dalle circostanze a farti “debitrice” nei confronti di tante persone!?!… Penso di no. Eri povera di nascita, ma hai assunto la povertà come una vocazione; lo si intuisce da mille straordinarie sfumature. Ad esempio, nel 1904 hai chiesto a Dio la grazia di farti santa unita alle sorelle… dunque hai perseguito la santità, non come un privilegio personale, ma come una realtà da condividere, anzitutto con le tue sorelle, con ognuna di noi… perfino con me (!!!). Nella stessa logica, hai portato avanti il progetto della fondazione: sembra che tu volessi offrire ad altri (per prime le tue compagne Orsoline) l’opportunità di fare del bene, di attribuirsi una parte di merito nell’impresa, di assaporare insieme lo spirito delle Beatitudini. Quando chiedevi un favore, un aiuto, un’offerta, non ti rivolgevi a chiunque… avevi in mente qualcuno in particolare: sembra che nel compiere la volontà di Dio tu volessi coinvolgere altre persone, non in maniera anonima e utilitaristica, ma ciascuno secondo la propria vocazione, secondo il dono personale che poteva esprimere; spesso era il Signore a suggerirti chi interpellare per una data necessità.

Come hai scoperto che la nostra povertà può essere occasione di crescita per gli altri? Forse è stato quel vecchietto (S. Giuseppe): ti ha chiesto se era sulla strada giusta, ma a ben guardare è stato lui a confermarti nella strada della verginità per il Regno; ti ha pregato di bagnargli nel torrente un pane, dicendo essere quello il suo cibo, ma in fondo ti ha nutrita col pane della sua esperienza di vita e di fede; si è mostrato bisognoso del tuo aiuto, ma quante volte, in seguito, sei stata tu a pregarlo ed è intervenuto in tuo soccorso!?!

Come Gesù, “non hai considerato una preda” (Fil. 2,6) le ispirazioni e le grazie ricevute; sapevi che di esse Dio un giorno ti avrebbe domandato conto. I doni ricevuti comportano una responsabilità. E’ facile sottovalutare ciò che si riceve gratuitamente, tu, invece, coglievi appieno la “preziosità” (la “nostra” Federica attribuisce questa caratteristica alla vita trinitaria in Gesù) del dono di Dio, tanto da sentirti costantemente “in debito”.

Una cronaca dolorosissima, italiana ed internazionale, ci fa associare spesso il concetto di debito, alla morsa stritolante dello strozzinaggio, della ritorsione, della riduzione in schiavitù, dell’annientamento di persone e popolazioni. Il tuo rapporto con Dio ci apre a nuovi orizzonti, anche in materia di “debito”: il buon Dio… voleva in certa maniera farmi persuasa che dalla mia corrispondenza al suo amore sarebbe dipeso il buono o il cattivo esito delle cose. “Tu devi consumarti d’amore per me – andava dicendo – Tu devi adoperarti per la mia gloria”. In queste solenni chiamate mi sembrava di avere un cuore così grande e una brama così ardente per la salute delle anime… bastante per abbracciare tutto il mondo… In quei preziosi momenti mi sentivo libera, sciolta da tutto e da tutti…

La coscienza profonda di essere debitori dell’esistenza, del mondo, delle relazioni… apre il cuore al desiderio di dare continuità a questa vitale dinamica di amore. La responsabile condivisione di tutto ciò che si è ricevuto, è esperienza di vera libertà. Nella tua casa, Giovanna, mancava il superfluo, ma tutto era dono prezioso. Nessuno può sentirsi escluso dal fatto di nascere esistenzialmente “debitore”. Il dramma è fare del dono una “preda”; allora il dono diventa possesso da utilizzare come strumento di potere verso chi ha di meno e da debitori si diventa creditori; questa logica genera rovina e morte.

Quest’anno la nostra famiglia di Orsoline accoglie il dono di nove sorelle italiane e brasiliane che, attraverso i Primi Voti o la Professione Perpetua, si impegnano ad assumere con riconoscenza e libertà, unite a te e a tutte noi, la propria condizione esistenziale di “debitrici”. Queste vite donate siano per noi motivo di ulteriore corrispondenza all’Amore.

Grazie, Giovanna, della tua povertà che mi costringe a continua conversione… anche nel caldo afoso di una giornata d’agosto,

                                                                    Maria

Leave a Comment