La parresía di Elisa Salerno

12
Giu

Le parole dal sapore profetico della pensatrice e attivista vicentina, cattolica e femminista

Le varie ingiustizie annidate non solo nella prassi sociale ed ecclesiale comune, ma anche nel linguaggio e nella mentalità condivisa del primo Novecento, sono insistentemente denunciate da Elisa Salerno lungo tutto il corso della sua vita. In ogni suo testo troviamo quella franchezza che è frutto di una libertà interiore profonda che le permette di non fermarsi davanti alla contrarietà, all’indifferenza o al rifiuto dimostrato nei confronti del suo pensiero e le dona il vigore di proseguire la sua riflessione sul disagiato vissuto femminile con vitalità sempre nuova, radicata in Cristo.

Dire la verità con franchezza è l’atteggiamento della parresía, di chi cioè, come si può dedurre dall’etimologia del termine composto da pān (tutto) e rhēsis (discorso), si sente investito del carisma – come spiega il teologo Cesare Vaiani – della libertà di dire tutto e di dirlo bene. Il filosofo Michel Foucault parla di parresía in termini di apertura di cuore, parola, linguaggio non intendendolo però uno spontaneismo infruttuoso che si ferma all’adulazione, bensì un comunicare etico e responsabile che non può prescindere dalla retorica. Parlare con parresía significa allora proporre con audacia una nuova prospettiva, spesso controcorrente, forse rischiando di essere una voce scomoda chiamata a pagare in prima persona il peso della verità portata alla luce.

È questa l’esperienza di Elisa Salerno. La sua lotta contro la disparità dei sessi proviene da un continuo confronto della realtà con i testi biblici, in particolare con il libro della Genesi che ritiene fondante la dignità della donna, poiché come l’uomo maschio è creata a immagine di Dio (Gen 1,27) e, quindi, con lo stesso valore ontologico e morale. Elisa sostiene l’elevazione della donna sotto ogni punto di vista, da quello ecclesiale, lavorativo e sociale a quello domestico, familiare e culturale, e non lo fa per un suo sfoggio personale, ma – come lei stessa scrive nel suo giornale Problemi femminili del 16 maggio 1919 – per una “questione di giustizia, una questione di anima e di civiltà, giacché la donna non può assolvere le altre missioni assegnatale dalla divina Provvidenza finché è degradata e schiava. Il fondamento del femminismo cristiano è la personalità della donna, il riconoscimento sincero della sua integrità personale. Negare per la donna questo principio è lo stesso che volere il Vangelo soltanto per metà”.

Il femminismo cristiano promosso da Elisa parte, quindi, dal riconoscimento della donna in quanto persona e della sua integrità personale, in piena sintonia con i valori evangelici. Trae spunto per questa convinzione – come suggeriscono gli studi di Michela Vaccari – dalle sue numerose letture filosofiche, in particolare del filosofo e teologo card. Désiré Mercier. Il passaggio fondamentale del neotomista che colpisce Elisa è proprio quello di non vedere più una dicotomia tra corpo e anima, ma un’unità personale che si esprime nell’integrità di intelletto, sentimento e volontà. Questa visione dell’uomo viene subito applicata da Elisa anche alla donna, che in quanto persona non può venire considerata un essere subordinato all’uomo. Ancorata al Vangelo recupera, quindi, la categoria di persona e la attribuisce a pieno titolo alla donna, dimostrando, ancora una volta, come sia necessario un cambiamento nel comune modo di pensare anche nell’uso corrente della terminologia.

Possiamo quindi affermare che le intuizioni di Elisa Salerno hanno il sapore della profezia, riconoscendo che l’origine del suo pensiero per la Santa Causa della Donna è Cristo che mediante le sue parole e azioni ha superato ogni discriminazione, tanto da donare la vita per la salvezza di ogni uomo e ogni donna. La prospettiva della Salerno è infatti fortemente cristologica in quanto coglie nella sofferenza dei più deboli la sofferenza di Gesù, e fa suo quel grido di giustizia che medita nel brano delle Beatitudini “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati” (Mt 5,6), che la interpella intimamente e a cui sente l’esigenza di rispondere.

Inoltre, con fedeltà Elisa ogni notte veglia ripercorrendo il brano del Getsemani (Mt 26,36-42) e fa sua la preghiera di Gesù, aggrappandosi con forza a questa “mistica fune” che la tiene ancorata alla chiesa, quella stessa chiesa che a un certo momento l’ha allontanata per la forza delle sue affermazioni, ma in cui lei non smette di credere e continua a vedere il cambiamento possibile per superare ogni discriminazione. Quella stessa chiesa che nel 2002, nelle vesti del vescovo mons. Pietro Nonis, le chiederà perdono per non aver colto il suo sguardo profetico.

In conclusione, la passione che Elisa sente per la Santa Causa della Donna diventa per lei una missione e si concretizza nel suo vivere da cattolica femminista, in difesa delle piccole che hanno fame e sete della giustizia: parresía dal sapore profetico che la rendono un’affascinante e poliedrica penna inquieta, con un messaggio carico di verità, che vibra ancora di attualità.

sr. Elisa Panato

 

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