II domenica di Pasqua

18
Apr

La teologa Simona Segoloni Ruta, che per il 2020 scriverà gli articoli di fondo alla nostra rivista Vita Nuova, ci offre un commento alle letture della seconda domenica di Pasqua (At 2,42-47   Sal 117   1Pt 1,3-9   Gv 20,19-31).

Il tempo di Pasqua ci offre l’opportunità di meditare non tanto sulla resurrezione del Signore, ma su come possiamo sperimentare la sua presenza. A questo scopo, i Vangeli (per lo più tratti da Giovanni) si accompagnano alla prima lettera di Pietro, che spiega in cosa consista la vita cristiana iniziata con il battesimo e come questa si dispieghi nel tempo della prova, e agli Atti degli apostoli, in cui la prima chiesa impara, guidata dallo Spirito, a porre gesti e parole nei quali quello che è stato vissuto con Gesù possa essere di nuovo un’esperienza concreta da fare insieme e da trasmettere ad altri.

Il Vangelo di questa domenica ci insegna il passaggio fra la fede che sorge dall’aver visto il Signore (attenzione che si tratta sempre di fede: le apparizioni del Risorto non costringono, non dimostrano nessuna verità in modo inconfutabile, ma chiedono di credere) e la fede che sorge senza aver visto. D’altra parte solo chi aveva conosciuto Gesù prima della sua passione poteva credere vedendolo risorto: cosa avrebbero potuto riconoscere e comprendere dell’apparizione del Risorto quelli che non l’avevano seguito?
Il Vangelo ci racconta che Tommaso non era presente quando Gesù si mostra ai discepoli e (come biasimarlo?) se ne rammarica: non è anche lui uno di quelli che sono stati con lui? Lui può credere vedendolo: perché gli deve essere negato? Infatti Gesù si mostra al suo discepolo otto giorni dopo e Tommaso professa subito e senza toccare (al contrario di quanto aveva detto in un primo momento) la propria fede: mio Signore e mio Dio. Gesù però prende lo spunto da qui per insegnare che da questo momento in poi, per quelli che verranno, la fede nascerà non dal vedere, ma dall’ascolto dell’annuncio. Infatti il quarto evangelista in quella che è la conclusione del suo Vangelo (prima dell’ultimo capitolo che è di fatto un’appendice) spiega che il libro che stiamo leggendo (e con esso i libri del Nuovo testamento e tutta la predicazione di questi discepoli) è stato scritto perché crediamo e credendo abbiamo la vita nel nome di Gesù. Da questo momento in poi la chiesa ripete le parole di Gesù e su Gesù perché gli esseri umani credano e, riconoscendolo vivo in mezzo a loro e per loro, abbiano la vita.
Non solo le parole, però, rendono presente il Signore, perché la fede che nasce dall’annuncio porta a compiere gesti e si trasforma in vita vissuta. Così gli Atti degli apostoli (seppure in modo stilizzato e forse idealizzato) ci presentano la prima comunità che ascolta l’annuncio, prega, spezza il pane, condivide i beni. I credenti imparano così che il Risorto è presente in ciò che loro vivono e condividono: parole che parlano di lui, parole rivolte insieme a Dio, pane condiviso nella preghiera e nella vita, perdono dei peccati (gesto menzionato da Gesù che compare in mezzo ai suoi discepoli, tutto preoccupato di annunciare la pace e la riconciliazione: non era tornato per giudicare chi l’aveva abbandonato o tradito o ucciso, ma per dare la vita).
Le parole e i gesti del Risorto, quindi, lo rendono presente e così i cristiani diventano consapevoli – con una gioia immensa che il salmo ci invita con forza ad esprimere – di avere una speranza che non può essere distrutta, qualsiasi prova li affligga (arriviamo così alla prima lettera di Pietro). Abbiamo infatti, anche in mezzo alle tribolazioni, che le vicende della storia e gli esseri umani ci impongono, la possibilità di incontrare il Risorto, di ascoltarne le parole e vederne i gesti. E così, fermi nella fede, le prove della vita diventano, paradossalmente, l’occasione per purificare le scorie che ancora rimangono e vedere poi risplendere, come l’oro passato nel fuoco, il dono che ci è stato fatto.
Siamo in un tempo di pandemia, molti soffrono, troppi muoiono, il lavoro è minacciato, gli affetti difficili, non possiamo vederci, muoverci, celebrare: quali scorie dobbiamo bruciare in questo fuoco? Quali ingiustizie? Quali sprechi? Quali disuguaglianze? Quali freddezze e indifferenze? Quali prassi ecclesiali oramai inutili o dannose per l’annuncio del Vangelo e per la realizzazione di una fraternità vera? Il male non viene mai da Dio, ma Dio può – se assecondiamo la potenza del suo Spirito – ribaltare il male in altro, rendendo persino la morte un’opportunità di vita: Gesù affronta la morte ingiusta subita dagli uomini in questo modo, sperando che Dio la trasformi in resurrezione per tutti. Un fuoco che purifica la fede e la vita, in attesa che la gloria di Dio si manifesti finalmente e trionfi su ogni male.
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