Giovanna e la pace

20
Mag

Curioso! Più mi ostino a riflettere sul tema della PACE, più mi imbatto nell’esperienza del ‘conflitto’… Mi accorgo che, anche in ambito religioso, definire e dichiarare la propria identità significa esprimere la propria diversità rispetto agli altri. Allora, che fare? Tendere all’omologazione, rimanere nel qualunquismo o non esporsi, per evitare possibili attriti?

 

“La domanda che riguarda quello in cui crediamo in segreto è l’unica alla quale non abbiamo il diritto di sottrarci. Anche se è qualcuno più dotto di voi a interrogarvi, anche se è un bambino, se è un passante, o se è un dio che vi pone la domanda: dico che ogni uomo ha il dovere di rispondere a chiunque gli chieda quali siano ‘le ragioni della speranza che è in lui’, come dice l’apostolo Pietro.” Jean Guitton (straordinario filosofo cattolico del secolo scorso), afferma qui il dovere di rivelare la propria fede, le ragioni profonde della propria esistenza, a chiunque le richieda.

 

Mi sovviene la chiarezza di Madre Giovanna nel manifestare la sua fede, con un gesto che oggi qualcuno potrebbe giudicare ‘indelicato’. Ne abbiamo notizia da una persona che l’ha testimoniato:

“Le compagne di Giovanna [la prima Comunità di Orsoline] abitavano in una modesta casetta che aveva la scala in comune con un inquilino punto praticante. Nel prendere possesso fu appesa un’immagine della Madonna alla loro porta d’ingresso ed un crocifisso alla porta dell’inquilino. Fu chiesto a costui: ‘Come mai hai attaccato il crocifisso alla porta mentre non vai mai in chiesa?’. Rispose: ‘Io rispetto quel crocifisso perché ve lo ha messo una santa’, ed alludeva a Giovanna”.

Evidentemente, anche nel ‘cattolicissimo’ vicentino del primo ‘900, esistevano modi diversi e personali di concepire e vivere la fede. Questo episodio mi provoca varie considerazioni. La fede limpida di Giovanna le fa appendere un crocifisso alla porta del dirimpettaio, sebbene egli non frequenti la Chiesa. Non sappiamo se lei si sia posta il problema dell’opportunità di farlo ed è comunque probabile che gli abbia prima chiesto il permesso, riscontrando in lui una sensibilità spirituale al di là della pratica religiosa. Giovanna, contemplando nel crocifisso il segno più grande dell’amore di Dio per l’umanità, ne coglie l’universalità, non se ne appropria in maniera esclusiva: ne fa occasione di relazione, non lo brandisce come un’arma.

Un crocifisso appeso alla porta di chi ‘non andava mai in Chiesa’, ha comprensibilmente suscitato un interrogativo che qualcuno ha avuto l’onestà di rivolgere al signore in questione; una simile schiettezza, per quanto possa apparire provocatoria, impedisce che le perplessità generino critica sterile e mormorazione. All’interrogativo posto fa riscontro il reciproco riconoscimento di due persone che, pur mantenendo la rispettiva diversità, si aprono all’incontro: Giovanna comprende e testimonia che Gesù è morto per la salvezza di ogni uomo, indipendentemente dalla sua fede; il vicino percepisce e dichiara la santità di questa donna, tanto da rispettare il crocifisso – come motivo ispirante della vita di Giovanna – e da lasciarlo appeso alla porta della propria casa.

 

Non si spegne in me il desiderio di PACE, come frutto dello Spirito, come esito sperato e invocato di un quotidiano incontrare, dialogare, ascoltare, raccontare… Ogni persona che la vita mi pone davanti suscita in me un desiderio autentico di comprensione del mistero che è in lei. Ad ogni volto, ad ogni cuore vorrei chiedere: “Parlami di Dio…”

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