Famiglie di religiose apostole

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Giu

Le comunità del Mozambico: vivere con fervore missionario e audacia nella terra devastata dal ciclone Idai

“Cristo ressuscitou, aleluia!”.

L’esclamazione di gioia esplode in questa notte d’Africa. In alto il cielo sembra un velario di velluto blu, e la costellazione della Croce del Sud, così visibile e brillante, ha continuato a illuminare, come un segno, tutto il triduo pasquale. Ma questa notte è salita dall’orizzonte anche la luna, luminosa e gigantesca, e rischiara ciò che resta della chiesa parrocchiale del Sacro Cuore di Gesù, distrutta quattro settimane fa dal ciclone Idai. In piedi è rimasta una sola parete e stranamente intatti sono l’altare in pietra chiara e il bel pavimento di marmo bianco e nero. Il resto è un cumolo di macerie che attendono, ma quanto dovranno attendere?, una possibile ricostruzione. Perché questa chiesa è importante per la storia missionaria in Mozambico: prima ad essere stata costruita nel Novecento, al fianco della vecchia chiesa francescana in stile portoghese, è stata inaugurata nel 1964 dal primo vescovo della diocesi di Beira, Sebastiano Soares de Rezende. Ma resta il fatto che questo edificio così significativo se lo è portato via il ciclone.

Eppure in questa notte di Pasqua, riunita in uno grande spiazzo poco distante dal mare di Beira, mentre la brezza notturna porta profumi di resine e vaniglia, che si fondono con l’incenso della celebrazione liturgica, la comunità parrocchiale del Sacro Cuore di Gesù canta, danza, prega, gioisce. Solo un centinaio di fedeli hanno trovato posto sotto un telone bianco sostenuto alla meglio da pali di bambù. Davanti è stata montata una tenda chiusa da un lato: una ideale abside di tela che ospita un altare di fortuna. Alcuni parrocchiani sono seduti sulla gradinata di accesso alla chiesa che non c’è più, altri si sono arrangiati con sgabelli di fortuna, e altri ancora siedono in terra su questa sabbia soffice che dice quanto il mare sia vicino.

“Cristo è risorto! Alleluia!”, invita ancora a ripetere il parroco del Sacro Cuore don Silvio Anovo, e centinaia di voci, giovani, vecchi, bambini, donne avvolte nei loro tipici abiti colorati, si uniscono a lui che continua: “Abbiamo perso la nostra chiesa, abbiamo perso le nostre case, abbiamo perso famigliari e tanti amici, ma una cosa non abbiamo perso: la speranza. Questa è l’alba della risurrezione. Questa è la nostra speranza. Cristo è risorto! Alleluia!”.

Neanche un mese è passato da quando, su questa costa affacciata sull’Oceano Indiano, si è scatenato l’inferno. In poche ore il ciclone Idai, formatosi al largo, si è infilato con forza nel braccio di mare fra Mozambico e Madagascar, e si è rovesciato con una violenza inaudita su Beira, città con più di mezzo milione di abitanti, e su centinaia di chilometri all’interno della terraferma. L’acqua del mare è penetrata lungo tutto il litorale, invadendo i bairos, le favelas di questa città, e distruggendo ciò che ha trovato sulla sua strada. Ha ingoiato centinaia di baracche fatte solo di pietrisco e fango, e coperte dalle fragili chapa, le lamiere che il vento del ciclone ha fatto volare per ore nel cielo di Beira, mentre alberi secolari venivano sradicati, pali della luce piombavano a terra come fuscelli e interi tratti stradali smottavano come fossero fatti di carta velina.

Anche le piogge torrenziali che hanno accompagnato e seguito Idai, definito dai meteorologi il ciclone più potente mai formatosi nell’emisfero sud del mondo, hanno fatto la loro parte in questo disastro. Hanno gonfiato fino a farli tracimare i fiumi mozambicani che scendono a mare, in parallelo con lo Zambesi, il quarto più grande fiume d’Africa che sfocia nell’Oceano Indiano a nord di Beira. Qualcuno dice che, oltre confine, siano state aperte le chiuse dello Zambesi per alleggerirne la portata, e così la massa d’acqua ha finito per concentrarsi qui. Ancora a un mese dal ciclone, scendendo con l’aereo verso la città, si vede un grande lago che prima non c’era e una laguna in cui acqua e mare si confondono e da cui emergono nuclei di abitati. Molti tetti sono azzurri e a prima vista ti mettono allegria. Man mano che atterri però ti accorgi che sono teli di plastica: uno, dieci, cento, mille teli di plastica tirati alla disperata sulle case al posto dei tetti distrutti dal ciclone. In quell’acquitrino sono scomparse intere famiglie, mille forse, o più, i morti annegati, ma i conti nessuno potrà mai farli con sicurezza.

Però in questa alba di risurrezione, in questa parrocchia di Beira come in altre chiese cattoliche della città e del paese, i cristiani celebrano la speranza. Sono appena il venti per cento della popolazione, gli altri sono musulmani e animisti, ma i mozambicani sembrano vivere in pace, forse hanno imparato la sanguinosa lezione della guerra civile che per due decenni li ha dilaniati dopo la fine del colonialismo portoghese negli anni Sessanta. La comunità cattolica locale è aperta e accogliente verso chiunque. Basti pensare che l’Università cattolica del Mozambico, che a Beira ha una delle sue sedi con le facoltà di medicina e di economia, è aperta a studenti di ogni confessione religiosa, e ragazze col velo passeggiano e studiano nei giardini dell’università fianco a fianco con studentesse vestite in jeans all’europea e altre che indossano con orgoglio le loro tipiche capulane colorate. Ma sono i poveri a rendere chiaro, a chi dal nord del mondo viene qui, cosa significa incarnare nella realtà il messaggio di Cristo. I poveri non hanno colore, né razza, né credo, sono poveri e basta. Sono tanti, tantissimi e sono vecchi, bambini, donne, malati, infelici, incurabili. Non hanno niente, ma due cose le hanno sempre: hanno fame e hanno sete, perché l’acqua, quella potabile, da queste parti è come il cibo, te la devi comprare. Mai come qui si capisce il senso di “essere ultimi”. E mai come qui ti risuonano dentro le parole di Gesù riferite da Matteo: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatta a me”.

Quanti Cristi incontrano nella loro quotidianità di vita i missionari, e quanti ne ho visti soccorrere, aiutare, consolare le suore orsoline del Sacro Cuore di Maria che questo autunno celebrano i loro primi venti anni in terra di missione in Mozambico.

Le ho viste, al termine della veglia pasquale, avvolte ognuna nel velo omerale, riportare in processione il Santissimo verso l’abitazione del parroco, perché il tabernacolo è volato via con la chiesa. Hanno animato la liturgia, hanno accompagnato i catecumeni che hanno seguito per mesi, al battesimo e alla cresima che in questa notte hanno ricevuto, e prima ancora hanno spostato le macerie dalla chiesa e ripulito lo spiazzo che oggi è la grande navata naturale della loro parrocchia.

Mi hanno commosso le suore orsoline in questo loro procedere processionale notturno, insieme ai sacerdoti e ai chierici: questi ultimi portavano il Santissimo come si porterebbe un segno di regalità, con rispetto e riverenza, le suore lo portavano come fosse un bimbo tra le loro braccia, da proteggere e tenere al sicuro. “Mater et magistra” diceva della chiesa l’enciclica di papa Giovanni XXIII, e madri e maestre continuano ad essere soprattutto in terra di missione, settanta anni dopo, le nostre suore orsoline. Sono “madri” in ogni gesto di accoglienza, cura, tenerezza, consolazione, attenzione morale e materiale che destinano agli ultimi che vanno a cercare, che incrociano sulla loro strada, che bussano alla loro porta a ogni ora del giorno, in cerca di cibo per il corpo ma spesso anche di cibo per l’anima.

Sono “maestre”, nei mille modi in cui il servizio, l’insegnamento, la condivisione di ciò che si sa, può essere messo a disposizione degli altri per la dar loro una speranza di vita migliore. A Beira, come a Dondo che è la cittadina rurale nell’entroterra in cui vive la seconda comunità mozambicana delle Orsoline, le nostre suore insegnano di tutto, e ciascuna con un suo carisma speciale. Si va dall’insegnamento universitario, alla scuola dell’obbligo, al doposcuola per i bimbi; dalla formazione professionale con laboratori di cucito, alla educazione socio-sanitaria, con corsi per neo mamme e prevenzione soprattutto dall’Aids; dalla economia domestica, ove perfino l’erboristeria tradizionale trova posto, al sostegno per l’avvio di micro attività commerciali; fino alla moderna amministrazione e gestione a supporto delle attività diocesane e parrocchiali. Sulla scia di suor Dominique che avviò alla fine degli anni Novanta la missione mozambicana delle Orsoline scm, non c’è ora della loro movimentata e operosa vita quotidiana in cui suor Alberta, suor Anna, suor Lucia, suor Margherita, suor Raffaella, Suor Rita, suor Valentina e la giovane postulante Veronica, non facciano memoria del motto della fondatrice madre Giovanna “Egli mi condusse per vie che non avrei mai immaginato”, e non lo vedano farsi realtà concreta in modo sempre diverso e sorprendente. In questa primavera 2019 la prova è stato il passaggio di Idai, ma come dice Gesù “ogni giorno ha la sua pena” e quindi l’importante è avere fede in Lui e non perdere mai la speranza.

Annalisa Lombardo

18 Comments

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