Culture in conversione, esercizi di reciprocità

25
Mar

Echi del sinodo panamazzonico nell’incontro delle suore di Beira con una comunità cristiana mozambicana ai margini della foresta

“La nostra conversione deve essere anche culturale, andando incontro all’altro, per imparare dall’altro. Essere presenti, rispettare e riconoscere i suoi valori. Vivere e praticare l’interculturazione e l’interculturalità del nostro annuncio della Buona Notizia”.

Documento finale sinodo panamazzonico n. 41

 

Il documento conclusivo dei lavori del Sinodo Amazzonico viene stilato a fine autunno, nell’ottobre 2019, ed è diffuso in pieno inverno.

Nell’emisfero sud del mondo invece è estate piena, calda come non si ricorda da anni. Le comunità cristiane d’Africa riflettono sul testo ispirato dal continente amazzonico. “Così lontani e così vicini”, pensano i cattolici del Mozambico sfogliandone le pagine e riconoscendosi nel senso profondo di questo documento.

Lo leggono e lo studiano anche le comunità delle suore Orsoline scm che da vent’anni ormai vivono e operano in questo, che è l’ottavo paese più povero del mondo. E col pensiero tornano ad un viaggio speciale che le ha portate a gennaio da Beira, la seconda città del Mozambico, fino ai margini della foresta mozambicana.

Lì, a sud della diocesi di Beira, è insediata la parrocchia di Mangunde, e al suo interno la più antica delle sue comunità, guidata da un catechista laico e padre di una numerosa famiglia. Anche queste due realtà sono “così lontane e così vicine”: quella della famiglia orsolina di Beira, la cui casa in stile portoghese affaccia sull’Oceano Indiano, e quella di questa comunità cristiana nascosta e protetta dalla fitta vegetazione dell’entroterra. Lontane nello spazio e nel tempo, vicine nell’unica fede.

Da qualche tempo si pensava ad un incontro e finalmente se ne è concretizzata l’opportunità.

Si parte per un viaggio che è non solo fisico, ma anche culturale e spirituale. Si parte accompagnati da un mediatore culturale e da sua moglie, perché non si tratta solo di un viaggio nello spazio e nel tempo, ma anche di un incontro fra tradizioni, culture e usi così diversi che nessuna attenzione, cura, rispetto e riguardo saranno troppo per assicurarne il buon esito. Si parte mentre la stagione del gran caldo africano sembra a momenti voler cedere il passo alla stagione delle piogge monsoniche. Così, sulle poche strade asfaltate del paese e sulle tantissime fatte di terra battuta, potrebbe rovesciarsi in poche ore una marea d’acqua che le trasformerebbe tutte in fiumi di fango che impediscono il transito. Per questo la sapienza africana dice che si sa quando si parte, ma non si sa quando si torna.

Percorrendo il corridoio di Beira, l’unica specie di autostrada che i cinesi hanno da poco costruito per collegare i confini ovest del Mozambico all’Oceano Indiano, il viaggio procede spedito, ma poi imboccando le piste sterrate e entrando nella savana e nella foresta la velocità si riduce e si assumono i ritmi più lenti dell’Africa. È un viaggio all’indietro anche nelle forme del vivere sociale: piccoli villaggi, case di pietrisco e fango, mercati all’aperto dove si vendono frutti locali e pesce secco, bambini seminudi che giocano con poche cianfrusaglie, donne con portamento reale che in testa portano cesti e legna da ardere e sulla schiena i propri neonati. C’è qualche bicicletta che circola e che trasporta inverosimili carichi di carbone ed attrezzi. Ma per il resto la gente va a piedi, perché qui altro mezzo di spostamento non c’è: si cammina per ore che ci sia il sole o che piova acqua “a secchiate”, come dice una nostra suora.

Il luogo dell’incontro intanto si avvicina, si abbandona anche la pista e ci si addentra nella foresta. Qui iniziano le sorprese. C’è un grande baobab che segna l’ultimo tratto del percorso: terra rossa e fronde scure, una immagine potente di silenzio e di natura incontaminata. Un benvenuto che fa anche da confine fra una realtà conosciuta e una, ancestrale, da scoprire. Per le suore che arrivano in visita, si è provveduto a liberare dalla vegetazione fitta e intricata, a colpi di machete, la parte finale del percorso. Così d’improvviso si apre davanti a loro uno spettacolo che toglie il respiro. È una grande radura circondata da alberi dove, con una grazia e un equilibrio senza pari, sono distribuite le capanne in cui si svolge la vita comunitaria di questa famiglia. Sono capanne di tronchi e di fango, coperte da tetti conici di paglia, in una sinfonia armonica di colori ispirati alla terra.

C’è una capanna per i genitori, una per le figlie, una per i figli, una per la cucina e una è un silo.  All’esterno di una di esse bela una capretta. Gli fanno eco gli uccelli nascosti fra gli alberi e lo stormire di fronde lontane. Il primo contatto è regolato da norme tradizionali che si perdono nella notte dei tempi: donne con donne e uomini con uomini, rigorosamente. A chi si stupisce di questa assenza di promiscuità, di questa voluta separazione fra i sessi, basti ricordare che in fondo, fino a cento anni fa, lo stesso avveniva nelle contrade della nostra terra italiana. Il primo atto è un gesto di accoglienza e ospitalità: si serve, per ristorare e rinfrescare gli ospiti, una bevanda custodita in un orcio di terracotta e servita in coppe ricavate da un frutto. Con gli ospiti arriva anche la pioggia: segno di benedizione degli spiriti degli antenati. Si parla, si sorride, ci si scambia segni di amicizia e di comprensione, un po’ in portoghese, un po’ in Xindau, l’idioma locale. In qualche modo ci si capisce. E soprattutto si inizia a pregare insieme: tutti uniti dallo stesso Credo. Anche la capanna in cui ci si raccoglie in preghiera non è diversa dalle altre: donne a destra e uomini a sinistra. Alle sue pareti, invece di immagini di santi, pelli e tessuti che richiamano l’arte rupestre. In fondo alla grotta di Betlemme è verosimile che fosse così.

Dopo la preghiera di gruppo che fa riconoscere tutti nel segno della fede, ci si avvicina. Il mediatore culturale spiega che il luogo ombroso in cui tutti ora siedono è stato indicato dagli alberi stessi che circondano la radura. C’è un albero della vita, innanzitutto, a cui questa comunità porta rispetto e che tutto sovraintende e protegge. Quando lo mostrano alle suore, si emozionano: un albero bellissimo, altissimo e sottile, profondamente radicato nella terra e svettante verso il cielo fino a dove l’occhio si perde. Viene in mente il film Avatar e l’albero madre. Ma viene in mente anche l’enciclica Laudato si’ di papa Francesco e il canto del creato di cui anche l’uomo e la donna dovrebbe ricordarsi più spesso di essere parte. A questo albero della vita è legata la scelta del luogo dove la comunità si riunisce. Perché prima gli si deve chiedere il permesso. Così dice la cultura di questo popolo: nella notte precedente si pone sotto le sue fronde un piccolo cono di farina. Se la mattina dopo il cono è intatto, l’albero è d’accordo ad ospitare sotto la sua ombra l’incontro. Se il cono è rovinato o distrutto, l’assenso dell’albero non c’è. Si pensi quel che si vuole, ma in questo gesto c’è non solo il rispetto per ogni vivente sulla terra, ma anche una sapienza antica che sconcerta: il cono distrutto sta a dire che sotto l’albero ci sono altri viventi, animali, insetti, che potrebbero disturbare o a loro volta essere disturbati dalla presenza di persone nell’habitat che loro appartiene.

Nel clima di fraternità che ormai si è stabilito fra i presenti, appaiono anche i segni della modernità: i cellulari per scattare le foto di gruppo e dell’ambiente circostante. Arriveranno in pochi secondi, appena il segnale internet sarà disponibile, dall’altra parte del mondo, a ricordarci che siamo tutti fratelli e sorelle su questo pianeta.

E nel ricordo di questo speciale viaggio, torna di nuovo l’eco delle parole del sinodo, che vanno ben oltre il confine amazzonico: “Vogliamo imparare dai nostri fratelli e dalle nostre sorelle dei popoli originari, in un dialogo di saperi…” (n. 65).

Annalisa Lombardo

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