“Come ho incontrato e amato sorella Pace”

12
Apr

In una narrazione tanto evocativa quanto fondata, san Francesco racconta la sua vita nella pace e per la pace

“Cari fratelli, vi raccomando con tutto il cuore che quando siete in mezzo alla gente… siate miti, siate uomini di pace, siate gentili con tutti, mettetevi al livello dei più poveri e dei più piccoli e con tutti par-late con semplicità e cordialità” (Regola Bollata, cap. III).

“E il vostro saluto sia sempre «pace e bene»”.

Mitezza, gentilezza, semplicità, cordialità. Ecco, questi sono per me i gradini che conducono alla pace. Una conquista, un traguardo: madonna Pace solo così può sorridere a te e a tutte le sorelle e i fratelli del mondo. Mi piace che le mie sorelle e i miei fratelli porgano a tutti il saluto: “pace e bene”. Perché nostra sorella Pace, dove passa porta con sé il bene: il bene del cuore, il bene dello spirito, il bene dell’accoglienza, il bene del pane quotidiano, il bene della salute, il bene dell’utile e del bello che madre Natura ci dona. E io, Francesco, per conquistare madonna Pace, come un antico cavaliere ho dovuto rinunciare a una parte di me: quel Francesco che ha indossato armi artisticamente cesellate, che ha cavalcato un forte destriero dal-la preziosa gualdrappa, che ha combattuto contro quelli che altri hanno chiamato gli odiati nemici perugini; quel Francesco che ha visto scorrere il sangue e, a battaglia finita, nel silenzio spettrale, ha sentito le urla strazianti dei feriti, quel Francesco imprigionato nelle carceri perugine. Il Francesco che ora chiede ai suoi fratelli e alle sue sorelle di augurare “pace e bene” non è un altro Francesco, ma un Francesco che, vivendo la guerra, ha raggiunto il fondo del ma-le. E, uscito finalmente a rivede-re la luce, mi è sgorgata una preghiera: “Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace. Dov’è l’odio fa’ ch’io porti l’amo-re, dov’è offesa ch’io porti il per-dono, dov’è la discordia ch’io porti l’unione… dove sono le tenebre ch’io porti la luce”.

Gli artisti lo hanno capito prima di me: la pace ha un volto e un corpo femminile, mite ma decisa, dolce ma forte e feconda.

Eccola, assorta, pensierosa e rasserenante, gli occhi rivolti verso l’alto, i biondi capelli intrecciati con foglie d’ulivo. L’ulivo: qui nella mia verde Umbria, le colline risplendono di alberi d’ulivo e ovunque sembrano risuonare le parole del Salmo: “Come sono belli sui monti e sui colli i piedi del messaggero che annuncia la pace!”. È bianco il colore della pace, candido come dovrebbe essere l’animo di chi la cerca, la insegue, la rincorre senza compromessi o interessi, bianco senza le macchie di sangue versato nelle guerre. E sotto i suoi piedi un tappeto di armi, calpestate, rese innocue per sempre. E com’è maestosa e materna sorella Pace nell’anti-ca Roma, feconda nei frutti che la natura produce, feconda nel generare e nutrire nuove vite!

Ricordo che alcuni amici, Bernardo da Quintavalle e Pietro Cattani, mi cantavano i versi di un’antica elegia latina, scritta dal poeta Tibullo: “Chi fu chi per primo partorì l’orrore delle armi? Che uomo feroce e più cru-do davvero del ferro egli fu! Allora nacquero, al genere umano, i massacri; allora nacquero le battaglie; fu allora che si scoprirono le nefande scorciatoie del-la morte. E la colpa è della ricchezza e dell’oro, ché non c’era-no guerre quando, davanti al cibo, si beveva in un boccale di faggio! […] La pace, nelle sue candide vesti, per prima condusse i buoi sotto il curvo giogo, per arare la terra. La pace fece crescere l’ulivo e le viti, e fece fermentare il succo dell’uva, così che l’anfora riposta dal padre versasse il vino all’erede. In tempo di pace… la ruggine, nel buio del ripostiglio, s’impossessa delle nefaste armi del crudele soldato”.

Ecco, sorella Pace può fiorire in ogni paese, in ogni popolo, in ogni religione, perché su tutti splende messer fratello Sole, immagine luminosa di Dio. Sorella Pace può combattere ovunque la sua guerra disarmata. Me l’ha insegnato la mia diletta sorella Chiara, donna, sola, malata, determinata con mitezza a difendere da un drappello di uomini armati non solo le Po-vere Dame ma l’intera città: “Erano stanziate lì, per ordine imperiale, schiere di soldati saraceni, fitti come api, per espugnare le città. E una volta, durante un assalto nemico contro Assisi, i saraceni, assetati di sangue irruppero nelle adiacenze di San Damiano, entro i confini del monastero, anzi fin dentro al chiostro stesso delle vergini. Si smarriscono per il terrore i cuori delle donne, le voci si fan-no tremanti per la paura e reca-no a sorella Chiara i loro pianti. Ella, con impavido cuore, co-manda che la conducano, malata com’è, alla porta e che la pongano di fronte ai nemici, preceduta dalla cassetta d’argento nella quale era custodito con somma devozione il Corpo del Santo dei Santi. E in preghiera al Signore, nelle lacrime parlò al suo Cristo: «Proteggi, Signore, ti prego, queste tue figlie, che io ora, da me sola, non posso salvare». Subito una voce, risuonò alle sue orecchie: «Io vi custodirò sempre!». Subitamente l’audacia dei saraceni è presa da spa-vento; e, abbandonando in tutta fretta quei muri che avevano scalato e la città, furono sgominati dalla forza di colei che pregava” (Tomaso da Celano).

Ed è stata sorella Pace ad accompagnare me lontano, nelle terre d’oltremare. Quante guerre in quei luoghi e dove ha camminato nostro Signore! Quanto sangue nell’assediare e conquistare Gerusalemme e tutte le altre città! Le hanno chiamate crociate, ma la croce non è venuta per suscitare guerre e beati sono i costruttori di pace, i miti, i giusti, i puri di cuore! E così mentre infuriano aspre battaglie tra cristiani e saraceni, con un compagno, disarmato e con volto sereno, mi metto in viaggio per presentarmi al co-spetto del Sultano, il potente e saggio Al Malik. Adoriamo un unico Dio, siamo tutti figli di madre Terra e tra noi fratelli: e allora perché non parlare, non pregare insieme mentre le armi tacciono? Mi hanno chiamato “il folle di Dio”, ma non sono folli coloro che disprezzano, oltraggiano ogni giorno sorella Pace? Sì, non è stato facile incontrare Al Malik, ma, nonostante gli insulti e le percosse, il Sultano stesso, dopo aver rimproverato aspramente i sicari, mi accoglie con tutti gli onori, offrendomi doni e ricchezze, ma, vedendo il mio disprezzo per ogni bene materiale come fosse spazzatura, ne rimane colpito e, commosso, abbiamo a lungo e con reciproco rispetto parlato dell’o-pera di Dio. Sorella Pace, silenziosa, vegliava su di noi. Nel momento del congedo il Sultano mi ha salutato con parole di stima e amicizia: “Quando morirò, ordinerò a un messaggero di venire a informarti, perché le tue preghiere accompagnino in Paradiso la mia anima”. Pace e bene: ora e sempre, con la voce, con il cuore, con le azioni, ancor più quando discordia e male sembrano voler dominare il mondo.

Chiara Magaraggia