Intervista al monaco e tanatologo Guidalberto Bormolini: “La morte non interrompe la vita, perché è dentro alla vita”
Padre Guidalberto Bormolini è monaco dei Ricostruttori nella preghiera e tanatologo. Prima falegname, poi liutaio, da ragazzo incontra p. Gianvittorio Cappelletto sj che lo introduce alla meditazione profonda.
Com’è diventato tanatologo?
In realtà è sempre stato un mio interesse. Sono quelle cose strane di cui nessuno può riuscire a descrivere esattamente l’ispirazione. Sono sempre andato ai funerali. Il mistero della morte mi ha sempre un po’ sollecitato, non posso dire attratto, ma incuriosito sì. Quando ho intrapreso la strada della meditazione, ho iniziato a guardare alla morte come a un passaggio della vita. Le richieste sono aumentate ed è diventato un settore del mio impegno.
Cos’è la tanatologia?
È la scienza che insieme all’antropologia, alla psicologia e alle altre discipline connesse, studia i processi della morte, del morire e il loro impatto sociale, culturale e spirituale.
Cosa significa allora accompagnare una persona verso “Sorella Morte”?
Il linguaggio dell’economia ci può aiutare perché nell’economia ha valore solo ciò che è limitato: ciò che è illimitato lo trattiamo da usa e getta. Se lo riportiamo sul piano esistenziale, è il limite che dà valore alla vita. Il fatto che dobbiamo morire dà un senso più profondo a ogni istante perché è unico e irripetibile.
Perché oggi c’è questa paura della morte?
La morte un tempo era nell’orizzonte naturale, però hanno inciso fortemente l’inurbamento e l’industrializzazione, come lo strapparsi dalla natura, perché la natura parla incessantemente con un linguaggio di morte e risurrezione: il sole tramonta e sorge, la luna scompare e rinasce, il bosco muore d’autunno, ma a primavera rinasce… La morte non interrompe la vita, perché è dentro la vita, però l’essersi strappati dalle radici naturali è stato il primo grande problema. Il secondo è stato il consumismo, che s’impone solo se la morte non esiste, perché basa tutto sull’incessante generazione di nuovi bisogni. Ma questo vuol dire che la stessa vita diventa usa e getta.
C’è un momento in cui ogni persona percepisce che va verso un inizio di risurrezione?
Penso che la quasi totalità dei morenti, se fosse accompagnata amorevolmente e con un lungo percorso di sofferenza, non potrebbe credere che la morte sia la fine di tutto. Nasciamo come civiltà nel momento in cui crediamo che la vita non è interrotta dalla morte: molti studi confermano che la civiltà non coincide con le sepolture, che sono solo un dettaglio, ma con i riti e l’accompagnamento nel passaggio dei nostri cari. Siamo costituiti per l’apertura all’oltre. Se aiutiamo le persone a ritornare a riconoscere che la storia umana è storia di apertura all’uomo e lo facciamo per tempo – non gli ultimi due giorni – è difficilissimo che qualcuno non veda la risurrezione. E i cristiani (o quelli che si definiscono tali) che approccio hanno? Il cristianesimo per troppi non è un’esperienza, ma un fatto sociale, istituzionale, politico… Manca un’esperienza, cioè il sacramento della iniziazione, che contiene l’esperienza di morte e risurrezione. Ci manca un’esperienza che faccia dire “muoio come bambino e nasco come adulto”, perché abbiamo eliminato i riti di passaggio. Se una cosa cambia, vuol dire che qualcosa è morto prima. Non c’è più quello che c’era prima. Se noi perdiamo il grande patrimonio antropologico dell’iniziazione come esperienza di morte e risurrezione rimaniamo antropofagi. E se manca il fatto umano antropologico al cristianesimo, questo diventa un fatto mentale o ideologico. Ci vuole l’esperienza. Allora è impossibile non comprendere che nella morte c’è l’apertura alla resurrezione.
Quali sono le urgenze secondo i Ricostruttori nella preghiera?
Oggi c’è proprio un’urgenza: è una società che finge che non esista il dolore. Lenire la sofferenza è la via di uscita, cioè far sì che ci sia da parte della sofferenza un’indicazione di percorso. Non un perché della sofferenza, ma occorre con urgenza ridare un senso alla sofferenza, altrimenti ricorreremo ad anestetici che impediscono di vivere la vita. Invece dobbiamo entrare nella vita anche se questa ci fa soffrire, però è necessario farlo in comunione. Dobbiamo capire che siamo un corpo unico e che dobbiamo prenderci cura degli altri: soltanto curando gli altri vogliamo bene a noi stessi. I luoghi dove oggi c’è urgenza di presenza soprattutto dei cristiani sono i luoghi in cui si soffre: dall’immigrazione, alla malattia. Ognuno deve capire qual è la sua vocazione. E poi sappiamo che l’avvicinarsi alla morte di una persona cara è terreno fertile di evangelizzazione.
Da dove ripartire?
Giovanni Piccoletto, padre del deserto, diceva: “Sei monaco, sei meditante, sei contemplativo, solo se un giorno ricominci da capo. Tutto è nuovo”. Perciò, io ricomincio ogni giorno perché lo Spirito fa nuove le cose che già conosciamo.
Naike Monique Borgo