Donne, luci di rinascita

12
Apr

La preghiera dell’8 marzo proposta da Presenza Donna, in cui Lucia Vantini ha commentato la storia delle figlie di Zelofcad

Sono stati davvero tanti i nomi di donna risuonati nella preghiera al femminile proposta da Presenza Donna domenica 8 marzo. Più o meno conosciute, diverse per provenienze, culture e ambiti di impegno, tutte accomunate dall’essere “Donne luci di rinascita”, come recitava il titolo della preghiera.

L’ormai tradizionale appunta-mento è stato davvero un momento sentito e partecipatissimo, per dialogare con Dio e mettere nelle sue mani di madre e di padre il nostro impegno per i diritti delle donne, per l’equità, ma anche per i diritti umani.

Sono risuonati anche i nomi, poco conosciuti, di Macla, Noa, Olga, Milca e Tirza, le cinque sorelle protagoniste del brano biblico (Numeri 27,11ss) posto al centro della preghiera e commentato dalla teologa Lucia Vantini, già presidente del Coordinamento Teologhe Italiane e delegata episcopale della diocesi di Verona per l’ambito della Prossimità. Vogliamo riportare anche su queste pagine alcuni passaggi del commento di Lucia Vantini.

“Si chiamano Macla, Noa, Olga, Milca e Tirza. Sono per noi particolarmente importanti perché queste donne hanno fatto qual-cosa di inedito e di imprevisto: hanno osato presentarsi davanti all’assemblea chiedendo una giustizia differente. Il nome del loro padre, Zelofcad, rischiava di scomparire perché non c’era-no figli maschi. Le cinque sorelle si presentano come coloro che possono fare qualcosa per trasmettere ciò che conta. E, improvvisamente e imprevedibilmente, riescono a ottenere ciò che desiderano. Ecco perché per noi sono donne di luce: per-ché all’interno di una tradizione che rischia di perpetuare le stanche abitudini nel buio della ripetizione, osano immaginare, chiedere e ottenere qualcosa di nuovo, che diventa un varco per tutte e tutti noi”.

“In nessun altro testo giuridico biblico” ha precisato Vantini “troviamo donne destinate a ereditare qualcosa”. Le cinque sorelle si alzano e per chiedere giustizia si presentano davanti a Mosè, a capi e sacerdoti, davanti a tutta la comunità. Non agiscono di nascosto o ai margini. La loro richiesta è fatta nel no-me del padre, e dice Vantini: “È come se queste donne dicesse-ro: la catena di bene e di terra generata attorno al nome del padre ha bisogno di noi. Il nome del padre può e deve risuonare ancora, nonostante l’apparente interruzione, e deve risuonare grazie a noi, grazie alle figlie e alle sorelle. Le donne, in altri termini, sono importanti per la trasmissione del bene che riguarda il padre, perché quel be-ne è per tutte e per tutti.

Di questo significato inclusivo dovremmo ricordarci anche oggi, ogni volta che ci facciamo il segno della croce e diciamo “nel nome del Padre”, con la P maiuscola. Quale mondo si sprigiona con il nome del Padre? Per il cristianesimo è il mondo del Figlio e dello Spirito, un mondo che in Gesù si rivela connesso a ogni carne, cioè a ogni vita. E allora come mai esistono vite tenute lontano da questo bene? Quali vite sono sacrificate nel nome del Padre?”.

Queste donne erano delle diseredate, una condizione non naturale ma provocata da un certo ordine delle cose: qualcosa le aveva private di un bene a cui avevano diritto. La legge non le vedeva, non le includeva, non le aveva pensate. Precisa Vantini: “Dobbiamo imparare a riconoscere questi meccanismi: le relazioni squilibrate e ingiuste tra i generi; i modi di raccontare e di spiegare la tradizione che cancellano storie e ricerche femminili; i riti, i simboli e le pratiche istituzionali che rendono lo squilibrio funzionale al sistema. E anche noi donne siamo chiamate a fare pulizia di quel potere clericale e patriarcale che abbiamo interiorizzato e che a volte ci impedisce di alzarci e di camminare verso le nostre tende di convegno. Macla, Noa, Ogla, Milca e Tirza non si sono arrese al silenzio. Hanno affrontato ogni questione con sapienza e conoscenza. Hanno rispettato i ruoli e i luoghi, ma non li hanno temuti”.

E cosa accade, dopo che le cinque sorelle non supplicano ma parlano con consapevolezza? “Mosè non risponde immediata-mente. Non si nasconde dietro il fatto che non ha il potere di cambiare le tradizioni. Non chiude la porta, come fanno certi soggetti e certi documenti appellandosi al fatto che è Dio che dovrebbe decidere, per poi re-stare immobili: Dio diventa pretesto per blindare una tradizione. Mosè fa qualcosa di vera-mente giusto: porta la loro causa davanti al Signore. Non fa di sé stesso il confine tra queste donne e Dio. Tra noi, nella Chiesa dei nostri giorni, ci sono tan-te figlie di Zelofcad, capaci di chiedere giustizia: la promessa riguarda anche noi. Ma spesso incontrano dei Mosè impauriti ma anche molto sicuri di poter chiudere le questioni più scomode, e che diventano per loro uno sbarramento. È la tentazione di sempre: separare Dio da quel mondo che non ci piace, per tenerlo tutto dalla nostra parte”.

La Scrittura racconta che il Signore disse a Mosé: “Le figlie di Zelofcad dicono bene”. E dunque, la Parola di Dio raggiunge le vite che chiedono qualcosa di giusto.

“E non solo”, prosegue Vantini: “Il Signore non si ferma al caso specifico. Rende la decisione norma generale in Israele. Non siamo di fronte a un’eccezione. Una richiesta di donne, avanzata dunque dal basso dell’ordine del mondo, diventa legge valida quanto una legge data sul Sinai”.

La storia delle cinque sorelle non finisce nel deserto e non ha un immediato lieto fine: per evitare dispersioni della terra dovranno comunque sposarsi all’interno della loro tribù. Un passo indietro che tuttavia non è legato alla voce diretta di Dio. Le sorelle tuttavia torneranno a presentarsi davanti a Giosuè e alla comunità una volta giunti alla Terra promessa, e reclameranno ancora il loro diritto. Sottolinea ancora Lucia Vantini: “A noi resta un cammino aperto: il riconoscimento è un processo, non un atto unico. Avere un diritto in astratto non basta. Occorre che quel diritto si incarni. Che diventi terra reale, vita reale, storia reale”.

Ripercorrere questa storia, fare memoria di questi nomi e di tante altre donne testimoni, ha permesso davvero a chi ha partecipato alla preghiera dell’8 marzo di accendere una luce di rinascita a quel fuoco che è la Paro-la di Dio, e che sono anche le intuizioni che lo Spirito dona alla sua comunità riunita, di uomini e donne che pregano per il diritto, la giustizia, la pace.

L’iniziativa è stata realizzata in collaborazione con Fondazione Homo Viator San Teobaldo, La Voce dei Berici, Radio Oreb, Centro Culturale San Paolo, Consulta per le politiche di genere Vicenza; è stata patrocinata dal Comune di Vicenza e realizzata anche grazie al contributo del progetto 8xmille della Chiesa cattolica.