Tradizioni e leggende del velo della Veronica
Perché tutte le testimonianze dei primi Giubilei sono concordi nel porre al primo posto fra le aspirazioni dei pellegrini, una volta raggiunta Roma, quella di poter finalmente vedere con i propri occhi la Veronica, di inginocchiarsi, di pregare davanti ad essa? Perché Dante, lui stesso pellegrino del primo grande Giubileo del 1300, canta la commozione del pellegrino venuto dalla lontana Croazia davanti al telo con impresso il volto di Cristo che è stata forse la sua stessa commozione? Perché ancora ci emoziona il vecchierello bianco e stanco di Petrarca che abbandona casa e famiglia per un viaggio senza ritorno, con la speranza di adorare la Veronica? E ce ne parla anche il grande narratore inglese Geoffrey Chaucer nei suoi Racconti di Canterbury: fra i viandanti, alloggiati in un’osteria durante il pellegrinaggio alla tomba del santo vescovo Thomas Becket nella cattedrale di Canterbury, ne spicca uno. “Era scarmigliato. Salvo per il berretto la sua testa era nuda… Una Veronica era cucita sul suo berretto, la sua bisaccia era posata davanti al suo grembo, piena fino all’orlo di indulgenze dall’antico seggio di Roma”. La Veronica fin dal 1300 era diventata il simbolo del pellegrino giubilare, tanto da porre l’immagine sul cappello, così come la conchiglia lo era per i pellegrini del Cammino di Santiago, prima che, più tardi essa fosse sostituita dalle due chiavi petrine. Per gli antichi pellegrini, anche malati, deboli, sofferenti, contemplare la Veronica ripeteva il gesto dei tanti ultimi, delle tante ultime che nei Vangeli cercano il contatto di Cristo, sperando anche solo in uno sguardo benevolo e guaritore del corpo e dell’anima. Tanto popolare quanto misteriosa, la Veronica. Da molto tempo si sono perdute le sue tracce: è molto probabile che la reliquia sia stata distrutta durante il terribile Sacco di Roma del 1527, quando anche la Basilica di S. Pietro venne saccheggiata dai lanzichenecchi che avevano aderito alla Riforma protestante. C’è, però, chi sostiene che ancora essa sia in salvo, nascosta dentro una delle grandi colonne della Basilica, forse proprio all’interno del basamento della colossale statua in marmo, realizzata dallo scultore Francesco Mochi, fra il 1635 e il 1639, in cui Veronica, in movimento, con le vesti scompigliate e con forte enfasi, mostra il velo con l’impronta del Santo Volto. Storia, leggenda, tradizione, in cui il nome della reliquia si identifica col nome dell’altrettanto misteriosa donna che, unica a saper vedere con gli occhi della pietà la sofferenza di Cristo sulla via del Calvario, si fa largo fra la folla di soldati e curiosi, per asciugare quel volto sanguinante: e quel volto rimarrà per sempre impresso sul bianco telo. Talmente radicata nella devozione popolare che è raffigurata nella sesta stazione della Via Crucis. Immagine del coraggio, della gentilezza d’animo, del prendersi cura propria delle donne; perfino nel gioco del calcio, un particolare tipo di dribbling in cui un giocatore inganna e supera l’avversario è chiamato “veronica”; e ancora oggi il nome è portato da donne e bambine. Figura amatissima dagli artisti di tutta l’Europa orientale e occidentale, particolarmente dai pittori che ci hanno lasciato splendidi capolavori. Un’antica icona bizantina ci mostra il volto giovane e bello di questa donna ingioiellata, con i capelli acconciati, vestita con un manto di un brillante azzurro che splende sullo sfondo oro. L’azzurro mette in particolare risalto il bianco telo, in cui il volto di Cristo, più che sofferente e sanguinante, appare con la serenità del Risorto già cinto di un’aureola dorata. Nelle ricche Fiandre del 1400 il pittore Hans Memling dipinge la sua dolce pensosa Veronica: sullo sfondo di una Gerusalemme dalle tante torri e di un placido paesaggio, la figura, che occupa tutta la parte centrale del quadro, regge il bianco telo movimentato da morbide pieghe con il sereno, luminoso volto di Cristo. La leggenda e la tradizione popolare travalicano la storia. Ne parla anche Jacopo da Varazze nella sua duecentesca Legenda Aurea, riprendendo varie fonti molto più antiche: un giorno l’imperatore romano Tiberio fu colpito da una grave malattia. Avendo saputo che nella lontana Palestina operava un eccezionale guaritore di nome Gesù, ordinò al suo messo Volusiano di andare a cercarlo a Gerusalemme. Ma la stagione invernale ritardò la partenza di Volusiano, che giunse in Palestina quando, ormai, era troppo tardi: Gesù era stato crocifisso. Volusiano, però, non volle tornare a mani vuote. Così si mise alla ricerca dei seguaci di Gesù, per ottenere da loro almeno una reliquia del maestro. Gli venne indicata una donna, chiamata appunto Veronica, che ammise di aver conosciuto Gesù e gli raccontò una storia prodigiosa. Anni prima, quando Cristo era andato a predicare in una località lontana, le era venuta una grande nostalgia del Signore. Perciò aveva comprato un panno bianco per portarlo ad un pittore affinché questi, sulla base delle sue indicazioni, gliene facesse un ritratto. Ma proprio il giorno in cui era uscita di casa per andare dal pittore, aveva incontrato Gesù, sofferente e piegato dal peso della croce sulla via del Calvario. La commozione e la compassione la spinsero ad asciugare col bianco telo quel volto piagato che col sangue lasciò impressi i propri lineamenti. Volusiano chiese immediatamente a Veronica quel ritratto ed ella acconsentì a portarlo di persona a Tiberio, che, appena toccò la reliquia, guarì all’istante. Da quel momento il velo della Veronica rimase sempre a Roma. Sull’identità della donna si sono formulate molte ipotesi: forse per associazione col sangue asciugato, per molti essa sarebbe da identificarsi con l’emorroissa citata nel Vangelo. Una tradizione ancora precedente ci porta a Edessa, città dell’Anatolia al confine con la Siria, dove il re cristiano Abgar avrebbe ricevuto da un misterioso viandante il telo col volto di Cristo, il Mandylion, “non dipinto da mano d’uomo”. Le vicende di guerre e invasioni porteranno la sacra reliquia a Costantinopoli. E qui le fonti discordano: c’è chi sostiene la sua distruzione durante un assedio, chi propende per un suo arrivo in Italia per poi approdare a Roma. Tanti i viaggiatori che testimoniano di aver venerato il Santo Volto, così che esso è stato riprodotto in numerose veneratissime icone. Ed ecco un’ultima ipotesi: forse Veronica deriverebbe dall’espressione “ vera icona”. Una storia lunga, affascinante, misteriosa che attraversando secoli, popoli, personaggi, ci consegna la figura comunque immortale di una donna che ha saputo vedere con i suoi occhi il volto del Salvatore per permettere a tanti pellegrini di guardarlo con i loro occhi e a noi tutti di meditare su di esso.
Chiara Magaraggia





