Fra ampi e sereni orizzonti

25
Feb

Giovanni Segantini e il divino incanto della luce alpina

Una piccola barca, con una famigliola di pastori, il papà, la mamma, il bambinetto e il piccolo gregge di pecore, sta attraversando le placide acque azzurrine del lago per approdare all’altra riva. Ave Maria a trasbordo: così titola il quadro Giovanni Segantini, l’artista che lo ha dipinto nel 1886. L’“Ave Maria” è l’ora del tramonto, le sei di sera, quando la campana della chiesa del piccolo paese lontano suona l’ora del vespro. E tutto si ferma per un attimo, nella vita di ogni giorno, nel lavoro dei campi: il tempo di recitare l’Ave Maria o l’intero rosario. Una giornata di lavoro, di quotidiana fatica, che per la famigliola si chiude con fiducia e dolcezza, verso un orizzonte che si rasserena nell’abbandono dell’Ave Maria. E il momento della preghiera si sintonizza con i raggi del grande sole sullo sfondo, così che cielo e terra sembrano fondersi in un amoroso abbraccio. Una dolcezza “manzoniana”: un realismo impastato di luce, una visione del mondo in cui l’artista sembra far vibrare in ogni pennellata una scintilla di divino, un legame intimo tra l’uomo e la natura, tanto che gli ultimi bagliori si riflettono sul volto della mamma, sul morbido manto delle pecore, sui teneri agnellini dalle orecchiette rosa che sporgono il muso verso l’acqua. È un tema che torna spesso nella pittura di Segantini, soprattutto negli ultimi anni della sua tormentata breve esistenza, in cui cerca e trova la pace tanto cercata; prima nella quiete della Brianza e dei suoi piccoli laghi e poi in Engadina, nelle Alpi Svizzere, in cui gli orizzonti delle alte montagne diventano simbolo di assoluto e di eternità.

Ciò che colpisce sono le donne, protagoniste di tante sue opere: donne dolci, forti e fiere, che, sole, vestite poveramente, sfidano il freddo alpino, il caldo tramonto dell’estate, il buio della luce che si sta spegnendo, la fatica di un lavoro pesante, fra greggi, stalle, distese innevate. Controcorrente, Segantini: negli stessi anni in cui, con la rivoluzione industriale, le donne entrano nelle fabbriche, lui, che ha vissuto per molti anni a Milano – la città economicamente più avanzata d’Italia – ritorna a un mondo che sembra essersi fermato, senza tempo, quasi sospeso, in cui è intatta la connessione fra l’essere umano, i miti animali domestici e la natura incontaminata. Non è la nostalgia per il passato che lo anima, né la critica per un presente capace di creare inquietudine, tantomeno una critica sociale (come avviene nel contemporaneo e conterraneo Pellizza da Volpedo); quanto piuttosto la ricomposizione di un equilibrio che egli cercava dentro di sé, lasciandosi alle spalle un’infanzia solitaria, vissuta per un periodo in orfanatrofio, lontano dalla tenerezza materna. Una natura che diventa materna nella vibrante luminosità che tutto abbraccia, ma che dà con fatica i suoi frutti. Personaggi umili, dignitosi e pur sereni, che ricordano quelli che tanti anni dopo il regista Ermanno Olmi vorrà protagonisti del suo capolavoro L’albero degli zoccoli.

Ecco allora che il tema della madre con il figlio può essere considerato un filo rosso nel corso di tutta l’opera dell’artista. Alla maternità, come legame profondo dell’uomo con la natura, come inno alla vita anche in situazione di povertà, sono dedicati due dipinti dal titolo Le due madri. Il primo è ambientato all’interno di una stalla, dove il calore della paglia riscalda una mucca col proprio vitellino, che riposa con la testa sulla zampa della madre, mentre una lampada a olio illumina la vestina bianca di un delizioso neonato dal piccolo braccio abbandonato, addormentato fra le braccia della giovane mamma, a sua volta col capo reclinato per il sonno. Una piccola Natività, come doveva essere quella di Betlemme, duemila anni fa. Nell’altro quadro una madre percorre un sentiero montuoso col proprio bambino, seguita da una pecora con il proprio agnello. I colori bianchi e scuri degli abiti della mamma e del figlio sono gli stessi del vello dei due animali. Ancora una volta la profonda similitudine che lega il mondo umano con quello animale.

Un’altra giornata di lavoro sta volgendo al termine tra le montagne svizzere. Immersa in un silenzio quasi surreale, in un bianco lunare, una donna con la cuffia che si confonde nel candore, trascina la sua slitta carica di legna, formando un’unica macchia scura che si staglia sulla coltre di neve. La linea orizzontale della slitta, la linea verticale della donna e, sul fondo l’orizzonte delle alte montagne, separate dal cielo da una sottile linea grigia. Luce, semplicità, realismo lirico e simbolico, in cui il nero della fatica rende viva e abitata la candida distesa: e tutto diventa armonia. E come nelle fiabe, là, in fondo, lontano, proprio ai piedi della montagna, ecco una fila di casette e una piccola luce gialla e calda che filtra da una finestrella. Un approdo tiepido e sicuro, un fuoco, una lanterna pronta per scaldare e illuminare il buio sconfinato della sera che sta calando. E questo basta alla donna per stringere i denti e a sopportare gli ultimi passi nel gelo. Un orizzonte di speranza. Ritorno dal bosco: una scena di vita quotidiana per chi viveva ad alta quota sul finire dell’Ottocento, quando ci si sfamava con poco e, per scaldarsi, si bruciavano i rami raccolti nel bosco. Un’esistenza connessa alla natura, madre e matrigna al contempo; ma anche una realtà essenziale fatta di cose semplici, di paesaggi sconfinati e di relazioni autentiche. E quando giungerà la primavera, nuovi lavori scandiranno l’ininterrotto ciclo delle stagioni, altre fatiche, altre solitudini, altri paesaggi, in cui ancora una volta vibra l’invisibile, impalpabile presenza del divino.

Ecco, ancora una donna sola, vestita poveramente con un abito scuro, la cuffia bianca e le dure scarpe di legno. È seduta davanti a un fuoco, in atteggiamento assorto e malinconico: forse sta pregando per vincere la tristezza, forse si sta scaldando le mani: accanto a lei una mucca e un vitellino più lontano. Bellissime le sottili pennellate che dipingono d’azzurro il cielo, che poi trascolora nel giallo-arancione fino a tingere l’orizzonte di un rosa che si fa rosso porpora. “Così dalle squarciate nuvole / si svolge il sol cadente / e dietro il monte imporpora / il trepido occidente: al pio colono augurio / di più sereno dì”. Con questi versi Alessandro Manzoni chiude il coro di Ermengarda, che, nel momento in cui la dolce infelice principessa longobarda si spegne, legge nel rosso cielo del tramonto un segno di speranza.

 

Chiara Magaraggia