La vita comunitaria attraversa fasi diverse nella vita religiosa, esattamente come ogni esperienza umana. La differenza la potrà fare la cura con cui viene accolta e vissuta. Con questo orizzonte di fondo ed il desiderio di consegnare alcune consapevolezze, le suore orsoline scm che hanno incarichi di governo interni alla congregazione e/o responsabilità in altri contesti hanno vissuto un pomeriggio formativo domenica 17 maggio a Breganze.
Le tematiche proposte per la formazione continua (cioè quella successiva alla professione perpetua, ndr) abbondano e, spesso sono legate all’attualità che richiede di tornare anche su temi già conosciuti, studiati e riflettuti. L’evoluzione tecnica e legislativa, oltre che gli apporti delle scienze umane e della teologia, consegnano spesso novità che toccano anche la vita religiosa e, quindi, le singole comunità e religiosi/e. Questo il motivo per fermarsi a parlare ancora di “autorità e obbedienza nella sinodalità”, tema scelto per la formazione del 17 maggio dalle orsoline. Sin dall’inizio della vita religiosa ci si forma infatti all’obbedienza che, insieme a castità e povertà sono i tre voti di tutti i religiosi, ma occorre anche tener conto dei tempi che cambiano, come ha sottolineato il card. Angel Artime, Pro-Prefetto del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, del quale è stato proposto un intervento registrato. Oggi il mondo è cambiato rispetto a quando molti religiosi hanno emesso i primi voti e occorre confrontarsi con questi cambiamenti, ha ribadito il Pro-Prefetto. Ma allora quali tratti sono auspicabili per chi esercita – e deve esercitare – il governo di una realtà religiosa? Il primo, tra gli elementi ripresi anche nel confronto finale, è certamente l’ascolto empatico, ma anche la disponibilità, il dialogo e poi il confronto a più livelli. Quest’ultimo elemento è quello che ha spinto il Governo generale delle orsoline ad allargare la formazione
a tutte coloro che hanno responsabilità. Uno dei rischi, tutt’oggi, è di vivere l’autorità come 160 anni fa, «come ai tempi di don Bosco e madre Mazzarello» – ha detto Artime – cioè dare una disposizione, senza dialogo o senza tener conto delle persone. L’obbedienza cieca è affiancata dagli abusi, non solo fisici, ma anche psicologici, di coscienza… Una piaga non ancora completamente risanata nella Chiesa, ma che la vita religiosa affronta anche con percorsi di consapevolezza preventiva e non solo. «La tentazione del potere è terribile, ma è un rischio reale ed il peccato più grande che viviamo nella Chiesa», ha detto il Pro-Prefetto. Una sottolineatura importante è stata fatta anche rispetto alle modalità: alcune volte comportano delle ferite che restano per anni nel cuore dei confratelli o consorelle.
L’autorità è stata più volte definita come un “servizio di amore” che significa anche animare la comunità, oltre che governarla. Si tratta di un servizio di amore nella libertà che, tuttavia, non può mai andare contro la retta coscienza della persona. In fondo, il servizio di autorità, necessario alla vita religiosa, è un cammino mai definitivamente compiuto, quindi sempre in divenire come la vita. Si tratta, forse, di rischiare e costruire rapporti di reciprocità tra leader e membri, ricordando la propria umanità. In questo dinamismo si impara a muoversi armoniosamente come in una danza: ascoltare e guardare, propensioni e necessità, senza invadere gli spazi altrui, ma percependo chi dà il via.
Naike Monique Borgo
articolo pubblicato da La voce dei Berici