Aprire orizzonti di speranza dai confini violati
Basta una frase di Nello Scavo, inviato speciale di Avvenire, per collocarsi dentro al mondo e scoprirne l’interconnessione. Nessun confine. Nessuna scelta che non abbia ricadute. È la consapevolezza che “tutto è connesso” come ha ripetuto fino all’ultimo papa Francesco, il pontefice che, forse più di altri, ha seguito da vicino il lavoro del corrispondente di guerra e che, ormai da quattro anni, alterna periodi sul fronte ucraino con altri sul fronte israeliano.
Lo scorso 24 ottobre ha fatto un incontro pubblico a Vicenza, al quale hanno partecipato oltre 500 persone, segno della credibilità e della stima pubbliche di cui gode. Spesso, oltre ad offrire un’analisi geopolitica approfondita, gli articoli di Nello Scavo offrono storie nascoste, sotterranee, che hanno dell’incredibile perché restituiscono speranza, umanità ed orizzonti sconfinati.
È il caso del salvatore di bambini trovato dopo mille peripezie a Kherson. Che storia è?
Volodymyr Sahaidak è il protagonista principale del libro Il salvatore dei bambini (Feltrinelli, 2024), educatore di una sorta di orfanatrofio, che sono riuscito ad incontrare dopo mille peripezie. All’inizio sembrava di essere dentro un film e mi chiedevo se esistesse davvero questo personaggio. Spesso mi ritrovo a pensare a quei bambini e ragazzi che ho conosciuto dopo alcuni mesi dall’inizio dell’attuale guerra tra Russia e Ucraina nel 2022. Vorrei vederli perché gli sguardi di quei bambini – senza dimenticare altri in Israele – ti danno moltissimo: ti consegnano una parte drammatica della loro vita chiedendoti di rispettarla, ma di renderla pubblica. I bambini ucraini di cui ho scritto avevano un’età compresa tra i primi anni di vita e l’adolescenza, ma soprattutto quelli che sono stati adottati erano tra i più piccoli e oggi non ricordano nulla del loro tempo di prima, in Ucraina. I russi che adottano spesso non sanno che i bambini provengono da orfanotrofi ucraini, quindi pensano di adottare bambini russi. È un modo per cancellare un popolo, ma anche la sua cultura. Ad oggi sono stati restituiti dalla Russia all’Ucraina 1250 minorenni, un numero enorme, anche se probabilmente quelli che mancano sono dieci volte di più. Le autorità ucraine parlano di 20.000, ma sui numeri è complicato avere certezza trattandosi di paesi in guerra. La verità non è mai integra in guerra e tutto diventa difficile, anche trovare le tracce di storie straordinarie come quella di Volodymyr, che sapeva che lo stavamo cercando, ma stava ben nascosto. Sapevamo che stava salvando decine di ragazzi, 52 all’inizio, ma poi ne salverà altri 15. Uno Schindler di oggi che, per aver salvato queste vite ed essersi così opposto a Putin, è un morto che cammina.
Che cosa ti ha colpito di lui?
Quando abbiamo preso confidenza, Volodymyr mi raccontò che, quando si ammalò di Covid-19, rischiò di morire, tanto che i medici fecero andare sua moglie, i loro figli ed i nipoti a salutarlo. In realtà, poi, si riprese e continuò a chiedersi come mai Dio lo avesse lasciato in vita. Quando si è reso conto che doveva proteggere i suoi ragazzi, ha capito. La cosa assurda è che lui non è molto abile con il computer e si è messo di notte a imparare, grazie ai tutorial su YouTube, il piano che ha previsto permessi, registri, documenti… tutti falsi e tutti in ucraino, così da guadagnare tempo quando sarebbero arrivati i russi, che parlano solo russo. Ha inventato le storie che educatori e parenti avrebbero dovuto recitare a menadito per spiegare ai russi la presenza dei minori con loro. È una dedizione incredibile, quella di Volodymyr. È rischiare la vita, concretamente, per chi in fondo conosci molto poco. La sua storia, unita alle prove, hanno portato all’inchiesta della Corte internazionale di giustizia de L’Aja, e allo storico mandato di cattura per Putin, riconosciuto colpevole di crimini di guerra in Ucraina.
Eppure, non è l’unica storia incredibile di bambini che ha avuto risvolti internazionali.
No, un’altra è la storia di due gemellini che la madre ha dovuto separare in Libia, scegliendo di portare con sé la bambina perché, essendo donna, avrebbe rischiato di più: il generale Almasri era ancora in carica, pur accusato di aver eseguito personalmente torture e abusi sui detenuti, fatti noti ben oltre i confini libici. Perciò il maschietto viene affidato in via prudenziale dalla madre ad un’amica. In modo rocambolesco la madre arriva con la figlia in Calabria. Anche l’amica con il maschietto riescono ad arrivare in Italia e restano insieme perché dicono di essere madre e figlio. Sono stati fatti dei controlli incrociati e la Croce Rossa Italiana è riuscita a far capire all’amica che il bambino non le sarebbe stato portato via, ma che sarebbe stato portato nel centro d’accoglienza in Calabria dove già c’erano la madre e la gemella, così ha ammesso la verità. Quando si sono riabbracciati si è sciolta tutta la disperazione rimasta.
Storie potenti.
Con questo mestiere ho capito che da come vengono trattati i più vulnerabili si comprende il livello di pervicacia del conflitto. Questa è la forza della debolezza. È la storia di padre Romanelli e delle Missionarie della Carità che hanno scelto di rimanere a Gaza con il loro popolo continuando le attività pur sotto le bombe israeliane. Mi ha sempre colpito in loro l’assenza di rancore. È capitato di sentirli e che mi chiedessero di aspettare, perché stavano preparando il catechismo… Una vita ordinaria dove niente lo è più.
Orizzonti che cambiano la vita, e per te è significato essere sotto tutela.
Sono già passati sei anni. La forma di tutela mette al sicuro me e la mia famiglia, consentendoci una vita abbastanza ordinaria. La cosa che mi sorprende di più è che io chiudo la giornata soddisfatto se è successo qualcosa perché c’è una notizia, ma per chi mi protegge è una buona giornata quando la notizia non c’è. Sono orizzonti diversi, complementari e necessari, ma siamo tutti connessi. Sempre.
sr Naike Monique Borgo