Più che un gioco di parole, è l’articolazione vitale del nostro stare al mondo: tra limiti da accogliere e barriere da superare
Quando parliamo di orizzonti sconfinati, in realtà mettiamo insieme due immagini contrapposte. La parola orizzonte significa infatti ciò che delimita, mette un confine, mentre il termine sconfinato questi stessi confini li supera, se non addirittura li sfonda. E tuttavia comporre insieme il sostantivo con l’aggettivo innesca un gioco significativo, che non è gioco di parole, bensì articolazione vitale del nostro stare al mondo tra limiti da accogliere e barriere da superare. Leopardi veste di insuperabili parole poetiche questa preziosa contraddizione, mirando sull’ermo colle da una parte “questa siepe, che da tanta parte il guardo esclude” e dall’altra “interminabili spazi al di là da quella”. E la Scrittura che cosa mette in scena nei racconti di creazione, se non il medesimo contrasto che fa passare dal paradiso bello e inconsapevole all’immersione nella storia drammatica e responsabilizzante? C’è un frutto da non mangiare, accettando il limite creaturale che impedisce di diventare padreterni divoranti, e c’è un morso condiviso che infrange il limite, ma fa iniziare un cammino che diviene addirittura storia di salvezza: l’orizzonte posto è stato sconfinato.
Avere un orizzonte
In questa nostra parte di mondo abitiamo paesaggi delimitati da colline e montagne, ci guardiamo intorno e la linea dell’orizzonte è segnata e frastagliata. In altre parti la pianura spalanca lo sguardo e lo lascia spaziare tutto attorno, delineando un orizzonte quasi illimitato. In uno sconfinato deserto ogni lato sembra equivalente all’altro e in chi non vi è nato suscita una sensazione di spaesamento e di smarrimento: da che parte vado? Un orizzonte c’è sempre e comunque, tuttavia si può non percepirlo come tale e quindi provare un disorientamento simile ad una libertà di scelta così assoluta e senza indicazioni da essere paralizzante. Questo ci fa comprendere la necessità, per noi umani e per la storia che ciascuno vive, di avere un orizzonte nella ricerca di senso pur aperta e in continua verifica. Talvolta ci sembra di essere così travolti dai cambiamenti, dalla complessità, dal vortice di ciò che quotidianamente ci investe, da non avere più orizzonti di senso da condividere e indicare, in particolare alle giovani generazioni che avrebbero diritto a relazioni educative capaci non di imporre, ma testimoniare orizzonti che orientino le scelte; altrimenti la libertà di scelta diviene libertà dalla scelta: non farmi scegliere, perché non ho un orizzonte entro il quale farlo.
Scrutare l’orizzonte
Scruta l’orizzonte chi rimane aperto all’attesa, non si accontenta, non si chiude. Troppe persone vi hanno rinunciato per comodo, per paura, per mancanza di speranza; e non si tratta solo di anziani con il peso degli anni e sulle soglie del commiato, purtroppo anche di giovani chiusi nelle loro stanze a scrutare il nulla. I versi del poeta greco Kavafis descrivono bene quello che può succedere quando non si scruta più l’orizzonte: “Il monotono giorno da un monotono / identico giorno è seguito. Cose identiche / si faranno e rifaranno nuovamente / momenti identici incombono e dileguano. / Le cose che succedono le possiamo indovinare / senza sforzo: sono le cose di ieri, fastidiose. / Finisce che il domani non sembra più un domani”. Non si intravvede il nuovo, talvolta nemmeno lo si vuole, ci si rifugia anzi nel passato al quale si chiede rassicurazione per non spostare l’orizzonte entro cui ancorarsi. Nelle chiese questa attitudine di scrutare l’orizzonte, che potremmo chiamare tensione profetica, viene meno per mancanza di fede e fa sì che inevitabilmente divengano sempre più comunità vecchie e stanche. Ci si rimangia il concilio Vaticano II, che pure l’orizzonte l’aveva scrutato con coraggio per discernere i segni dei tempi e aprirsi alla novità dello Spirito.
Orizzonti da sconfinare
Non basta essere trasgressivi per aprirsi ad orizzonti sconfinati, anzi in questo nostro mondo le trasgressioni concesse, suggerite e alimentate sono sempre e comunque dentro un unico orizzonte: la società del profitto e dei consumi, che ti illude di essere tra i vincenti. Gli autentici sconfinamenti hanno altri percorsi e richiedono donne e uomini consapevoli. Il cardinale Martini, riprendendo il filosofo Bobbio, diceva che la differenza rilevante non passa tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti. Solo da un’attitudine pensosa possono nascere scelte alternative, che aprono ad orizzonti sconfinati e inevitabilmente sempre a rischio, anzitutto personale: che fine hanno fatto gli autentici alternativi, a partire da Gesù di Nazaret? Sempre Martini provocava le chiese ad essere comunità alternative, ma non nel senso di recinti fuori dal mondo a custodire come isole ecologiche quanto altrove non ha più spazio. Piuttosto comunità immerse nella storia di tutti, ma nella forza del Vangelo capaci di far intravvedere orizzonti che sconfinano verso ciò che è altro e oltre, senza paura dello straniero e del diverso. Da questo punto di vista cristiane e cristiani, nel noi delle fede che ci fa chiesa, prendono posizioni politiche in vista del bene comune.
Orizzonti di trascendenza
Ancora un verso, stavolta del poeta Pietro Metastasio: “Ovunque il guardo io giro, immenso Dio ti vedo”. Si tratta certo di un’espressione nata nel contesto di una pacifica accettazione dell’orizzonte religioso, che oggi non c’è più. E tuttavia rimanda alla dimensione spirituale, che nel nostro tempo e in particolare nelle giovani generazioni cerca e trova espressioni distanti dalle forme religiose istituzionali. Orizzonti sconfinati significa anche – e mi verrebbe da dire soprattutto – orizzonti che si interrogano sull’oltre, che non chiede anzitutto sconfinamenti fuori di noi quanto piuttosto dentro di noi. Talvolta gli orizzonti più sconfinati non si colgono nel giramondo inquieto che è andato dappertutto, ma nella mistica o nel mistico rimasti nella loro cella aperta sul mondo. Sempre più dovremmo essere consapevoli della necessità di pensare Dio e parlare di Lui sconfinando dai confini consueti, altrimenti ci riferiamo ad un idolo. Il primo a farlo è stato proprio Gesù e dietro a lui le prime cristiane e cristiani, paradossalmente accusati di ateismo. In teologia l’apporto delle donne è stato e continua ad essere più che significativo, perché la loro riflessione – partita dai margini entro i quali erano state costrette – ha fruttificato con aperture inedite e provocazioni sfidanti.
Dario Vivian
