Il Passato

10
Mar

Dalla morte della Fondatrice al concilio ecumenico Vaticano II: è la mano di Dio che conduce tutto

Siamo nel marzo 1918: affidato alla terra il “piccolo seme che muore”, come è stata commentata la morte di Giovanna Meneghini, la comunità è chiamata innanzitutto ad eleggere la nuova responsabile che sarà Luigia Viero, sulla quale si era posato l’ultimo sguardo di Giovanna. Luigia, pur conoscendo il peso di tale impegno, raccoglie il testimone, decisa a condurre la comunità secondo gli orientamenti e le scelte indicate dalla Madre. Le persone sulle quali poteva contare erano padre Maffeo Franzini, il gesuita che le accompagnerà fino al 1928, e l’Arciprete di Breganze mons. Giovanni Prosdocimi.

Finita la guerra restavano macerie ovunque, mentre la povertà portava con sé malattie di diverso genere che causavano morti premature. Le sorelle affrontavano serenamente le difficoltà lavorando sodo, riuscendo, nel tempo, a soddisfare i debiti precedentemente accumulati e acquistare, nel 1922, un appezzamento di terreno che si trovava adiacente la loro abitazione. La comunità, animata dal dono originario per l’azione dello Spirito Santo, trasmetteva una forza misteriosa che attraeva altre giovani, così da dover ampliare gli spazi di abitazione. Se il riconoscimento diocesano ufficialmente non arrivava, giungevano invece richieste di aprire case filiali. Con l’autorizzazione, scritta o verbale, del vescovo di Vicenza, nascevano nel vicentino altre quattro comunità: nel 1921 nella curazia di Maragnole, nel 1926 a Posina, nel 1927 a Montecchio Precalcino e nel 1928 a Villaraspa.

L’aumentato numero di sorelle e le aperture di case filiali rendevano indispensabile dare alla Famiglia una struttura nominando un Consiglio generale. Infatti mons. Prosdocimi, in qualità di superiore delegato dal vescovo, il 19 settembre 1929 nominava le prescelte a formare il primo Consiglio generale, insieme alle quattro superiore delle case filiali. Con questo atto la vita della comunità incominciava ad assumere uno stile regolamentato secondo le esigenze della vita religiosa consacrata nella vita comunitaria. Interessante anche l’impegno della comunità, che con non pochi sacrifici, si era impegnata a far studiare le sorelle più giovani perché avessero una formazione adeguata ai compiti che venivano chiesti.

Mentre la comunità procedeva piena di speranza, l’aspetto legale si poneva subito come inciampo difficile da superare. Per ottenere l’autorizzazione diocesana era indispensabile presentare il testo delle Regole di vita. Dopo un accurato lavoro di stesura di don Alessandro Tracanzan e padre Franzini, fatto sulle tracce lasciate dalla Fondatrice, nell’ottobre del 1922 la bozza veniva presentata al vescovo Rodolfi. Questa non solo veniva bocciata, ma si ripresentava la triste ipotesi che venisse imposto alla piccola comunità l’obbligo di aggregarsi ad altra congregazione. Il disorientamento era grande e sarebbe durato a lungo: tra autorizzazioni e smentite la situazione si protrae fino al 1931 quando il vescovo con una lettera indirizzata all’arciprete per la Pia società delle Orsoline, dava l’ordine di soppressione della Famiglia, con la proibizione di accettare nuove vocazioni e aprire altre case filiali.

La determinazione del vescovo era ben orchestrata: o la comunità chiudeva nel tempo di sei mesi, o moriva lentamente per assenza di vocazioni. Un vero martirio, sostenuto dalla comunità per l’azione della grazia divina con eroica fiducia in Dio e per la ferma convinzione che quanto Giovanna aveva realizzato era esclusivamente volontà divina. Mediatore era l’arciprete, che presto diventava il contrappeso alla diocesi per la determinazione a far sì che la novità evangelica prevalesse sulle rigide interpretazioni della legge. Una lotta da lui sostenuta in fedele obbedienza al vescovo e alla propria coscienza.

Verso la fine del 1938 il piccolo ramoscello, ormai sfibrato, ritornava a sperare a motivo della richiesta, arrivata dalla diocesi, di presentare una nuova stesura di Regola strutturata secondo il diritto canonico e le disposizioni particolari del vescovo diocesano, con qualche compromesso rispetto alle opere da assumere.

Ancora un breve tempo di attesa e finalmente il vescovo Rodolfi, con decreto dell’8 settembre 1941 riconosceva la Famiglia religiosa di Breganze in regolare congregazione canonica, dandole un nome più completo e distinguente, congregazione delle Suore Orsoline del Sacro Cuore di Maria.

Rimaneva una piccola clausola: l’accettazione che un’altra congregazione religiosa presiedesse e formasse, con due sue incaricate, tutte le componenti del nuovo istituto. In due turni di un anno ciascuno le Orsoline di Breganze, in data 11 febbraio degli anni 1943-1944, emettevano la professione perpetua. Nello stesso anno, 1944, con la celebrazione del primo Capitolo generale, presieduto dal vescovo di Vicenza mons. Carlo Zinato, che diventava il diretto superiore ecclesiastico, nominava la prima superiora generale, madre Celina Dalla Valle. Le due suore di altro istituto tornavano alla propria congregazione.

Superata la Seconda guerra mondiale, la congregazione si allargava con l’apertura di nuove comunità, ma doveva volare con un’ala sola non potendo far riferimento alla Fondatrice. La curia di Vicenza riconosceva infatti la congregazione a partire dal 1941, l’antecedente era pressoché ignorato, pur nel ricordo della figura virtuosa di Giovanna Meneghini.

Il 25 marzo 1950, con firma del card. Lavitrano, la congregazione per i religiosi erigeva l’istituto delle Suore Orsoline SCM in congregazione di diritto pontificio. La Famiglia otteneva una maggiore identità all’interno della Chiesa universale, ma sarà necessario il concilio ecumenico Vaticano II, con l’esplicito invito rivolto agli istituti religiosi di ritornare alle proprie fonti (PC 2), per recuperare lo specifico carismatico, lo stile di vita che le era proprio e la figura di Giovanna Meneghini come fondatrice.

sr. Samuela Sartorel

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