L’evento Concilio Vaticano II è legato a una delle tappe più belle e significative della mia vita: la mia Professione religiosa Perpetua.
L’11 ottobre 1962, festa della Maternità di Maria, secondo il Calendario liturgico preconciliare, io emettevo i miei voti Perpetui a Breganze (Vicenza), unita ad altre Sorelle, e, a Roma, nella Basilica di san Pietro si celebrava l’apertura del Concilio Vaticano II. Una impensabile coincidenza che mi gettava gioiosamente nel cuore di una Chiesa avvolta da un nuovo soffio di Spirito Santo paragonabile a una nuova Pentecoste.
Ricordo come alla sera di un giorno così indimenticabile per me, perché segnava per sempre la mia vita, ci radunammo nell’abitazione del cappellano della Casa Madre, non avendo noi la televisione, per assistere alla trasmissione dell’apertura del grande Concilio ecumenico Vaticano II. Fu un vero Concilio ecumenico: raccolse più di 2400 Cardinali, Patriarchi e Vescovi cattolici da tutto il mondo. Vi parteciparono anche in qualità di osservatori, esponenti delle comunità cristiane ortodosse e protestanti. Le emozioni del mio cuore, aperto in maniera ardente alla sequela di Cristo nella Chiesa, furono tante e inesprimibili. Il cuore sembrava dilatarsi alle dimensioni del mondo, la Chiesa mi sembrava davvero una grande Famiglia riunita nel Signore, attorno al Papa e ai Vescovi.
Nella mia mente di giovane suora emergevano sogni e speranze, slanci e attese per il futuro della Chiesa e della vita religiosa. Mi sentivo stupita e quasi incredula dentro ad una corrente di energia, di vita nuova che mi chiamava ad aprire gli occhi su di me e intorno a me, sulla Chiesa e sul mondo.
Avrei compreso più avanti, durante la celebrazione del Concilio, con la produzione delle sue ricchissime Costituzioni e Decreti e il tentativo di approfondimento e di applicazione, e nel post-Concilio, quanto è difficile lasciare sicurezze e tradizioni per aprirci al nuovo e trovare adeguate vie e forme di dialogo e di partecipazione, nella liturgia e nella preghiera, nell’evangelizzazione e nella pastorale, nella dimensione ecumenica e missionaria, nell’attenzione all’uomo e al mondo.
Si era aperta una stagione nuova, che favoriva il cambiamento di mentalità e di sensibilità, favoriva una diversa visione di Chiesa, di santità, di sequela; liberava energie e speranze, desiderio di partecipazione e d’impegno. All’interno di questo fermento vitale arrivò pure un tempo di crisi, di contestazione dentro e fuori la Chiesa, crisi nell’espressione liturgica - chi restava fermo al passato e chi si proiettava troppo in avanti -; crisi nel dialogo, tra autorità e obbedienza; crisi nella concezione di coscienza e di libertà personale, crisi delle vocazioni e defezioni nel clero e nella vita religiosa. Io ricordo tuttavia che nel nostro Istituto si visse quel periodo in maniera molto “vivace” - l’età media delle suore era giovane - con un continuo dialogo, ritorno alle fonti dell’istituto, ricerca del carisma, partecipazione attiva, elaborazione di documenti di studio… e qualche inevitabile sofferenza e incomprensione, incertezza e fatica.
In parte eravamo già preparate ai cambiamenti conciliari, li avevamo desiderati e attesi. Così, pur avvertendo un certo contraccolpo, non vivemmo crisi troppo pesanti come avvenne in altre Istituzioni religiose.
Sentivamo il Concilio come un grande gesto profetico che infondeva fiducia e ottimismo alla nostra espressione di vita religiosa, non solo, ma innanzitutto alla Chiesa e al mondo intero, fiducia che spingeva ad accettare il rischio di nuove esperienze, a superare paure e nostalgie del passato. Insomma un’esplosione di energia, di dinamismo e di profezia nella nostra vita e una primavera per la Chiesa.
Vissi in prima persona dei cambiamenti che lo spirito del Concilio operò all’interno del nostro Istituto sia nelle modalità e nei contenuti della preghiera, meno devozionistica e più biblica liturgica ed ecclesiale, come nelle relazioni fraterne e con l’autorità, improntate maggiormente al dialogo e al discernimento piuttosto che all’imposizione; lo vissi nelle nuove forme e strutture di partecipazione cercate e sperimentate gradualmente, nella modalità di vivere i voti e di arricchirli con nuovi contenuti, nella relazione e collaborazione con i laici e l’ambiente di apostolato, nel ritmo di vita comunitario (orario, nuovo rapporto tra studio-lavoro-distensione, gestione del denaro, modo di vestire, accoglienza, relazioni con la famiglia d’origine…).
Ricordo quanto lavoro e studio organizzò il Consiglio generale, aiutato da esperti e da commissioni per l’approfondimento della dottrina conciliare, per tentare di leggere i nuovi segni dei tempi, per ricercare il carisma e la spiritualità dell’Istituto, per una più adeguata conoscenza delle nostre fonti: Angela Merici e la tradizione mericiana, Madre Giovanna e la vita della prima Comunità. “Tenete l’antica strada… e fate vita nuova” ci suggeriva sant’Angela, vissuta pure lei in un tempo non facile e attenta ai segni dei tempi, in particolare alla situazione della donna per la quale ebbe l’intuizione di fondare la Compagnia di sant’Orsola in cui le giovani si consacravano rimanendo in famiglia.
Con la consapevolezza e il senso di responsabilità di essere chiamate quasi a rifondare la nostra vita religiosa, giungemmo a definire il carisma, la spiritualità e la missione del nostro Istituto e ad elaborare la Regola di Vita; io ebbi parte attiva in questo compito: fu uno studio e un lavoro a tratti duro e faticoso, ma fu una grazia di luce e di forza.
Fu un tempo in cui si allargarono gli orizzonti apostolici e missionari della Congregazione: si uscì dall’Italia settentrionale e si giunse al Centro e al Sud, e varcando l’oceano, anche in Brasile. Oltre all’America Latina, si raggiungerà in seguito l’Africa con una presenza in Mozambico.
Riscoprimmo la chiamata a valorizzare tutte le vocazioni e i diversi ministeri nella chiesa con proposte di formazione, di dialogo, di collaborazione e di animazione del laicato, particolarmente femminile, aiutando la donna a sviluppare una maggiore consapevolezza nel vivere la propria vocazione e i propri doni dentro la storia; si iniziò ad interrogarsi e a porre attenzione alla nuove forme di povertà.
Alcuni anni dopo il Concilio ebbi la fortuna di partecipare, a Roma presso il Centro Mondo Migliore, guidato dal famoso gesuita P. Riccardo Lombardi, a un corso di studio cosìddetto CORSO LUNGO (luglio-settembre) in cui potei studiare la dottrina conciliare con un numeroso gruppo di partecipanti: laici, religiose, religiosi e presbiteri provenienti da tutto il mondo. Fu un’esperienza ricchissima di contenuti, di contatti con altre esperienze di vita e di Chiesa e sotto la guida di un profeta, il p. Lombardi che aveva già previsto e scritto un libro prima dell’inizio del Concilio: Terremoto nella Chiesa. Noti liturgisti, biblisti, pastoralisti, docenti di teologia morale e studiosi si alternarono nel presentarci le linee portanti delle varie Costituzioni dogmatiche e di alcuni Decreti e Dichiarazioni conciliari.
La dottrina del Concilio Vaticano II, che è stato il Concilio “della Chiesa”, “di Cristo”, “dell’uomo”, poneva le premesse del nuovo cammino della Chiesa nella società contemporanea e la preparava al passaggio dal secondo al terzo millennio cristiano.
E’ una dottrina che chiede ancora, a distanza di 50 anni, di essere giustamente approfondita, rispettata, accettata, amata, assimilata e vissuta con tutta la sua carica di rinnovamento profetico e non ritenuta causa dell’attuale fase drammatica del cambiato vissuto della fede in tante parti del mondo, come affermano quanti non hanno mai accolto il Concilio e sono rimasti rigidamente ancorati al passato.
Sr. Assunta Pavanello