Siamo giunti alla terza tappa del piccolo percorso proposto quest’anno alle lettrici e ai lettori di Vita Nuova: dopo esserci addentrati nel tema della formazione, aver indagato il senso della condivisione di un carisma tra religiose e laici, in questo Numero ci accompagna l’ardire di “svegliare il femminile evangelico”.
Ci aiutano in questo le provocazioni di un monaco benedettino particolarmente attento a questa dimensione, come MichaelDavide Semeraro e la meditazione biblica, sempre appassionata ed esigente, della pastora battista Lidia Maggi; ci aiutano le esperienze raccontate della quotidianità della vita e l’arte tramandata dalla storia; ci stimola la riflessione sulle donne e delle donne diventata più puntuale negli ultimi tempi, incalzata da una cronaca che c’inquieta e che, purtroppo, ci fa sentire ancora di estrema attualità le parole che settant’anni fa, il 4 agosto 1941, Etty Hillesum scriveva nel suo Diario, diventato famoso molto più tardi: “Forse la vera, la sostanziale emancipazione femminile deve ancora cominciare. Non siamo ancora diventate vere persone, siamo donnicciole. Siamo legate e costrette da tradizioni secolari. Dobbiamo ancora nascere come persone, la donna ha questo grande compito davanti a sé”. A guardare spassionatamente la realtà sembrano quasi passati invano gli anni delle conquiste femministe, nella società ed anche nella Chiesa. Le battaglie che conduceva Elisa Salerno sembrano necessarie ancora oggi, un secolo dopo! Mentre ancora c’interroghiamo su femminile o femminista, su differenza e genere le ragazze e le giovani del 2011 quasi sicuramente aspirano a ciò che una loro coetanea (ancora Etty) desiderava per sé nel pieno della seconda guerra mondiale: “Voglio solo cercare di essere quella che in me chiede di svilupparsi pienamente”.
Quale femminile, quale femminismo vogliamo svegliare? Quale dobbiamo far nascere dentro e attorno a noi? E’ vera per noi donne di ieri e di oggi, la sferzata della grande Emily Dickinson:
“Non conosciamo mai la nostra altezza
finché non siamo chiamati ad alzarci.
E se siamo fedeli al nostro compito
arriva al cielo la nostra statura.
L’eroismo che allora recitiamo
sarebbe quotidiano,
se noi stessi non c’incurvassimo di cubiti
per la paura di essere dei re”.
E la parola più forte ed imperativa che ci ha messo in piedi, la parola che ha realizzato quanto annunciato, la parola che ancora oggi ci viene rivolta con l’audacia di un amore senza limiti, e per questo carica di responsabilità, è quella evangelica, quella della bella e buona Notizia di Gesù che in quel tempo (e quindi oggi), insegnando in una sinagoga il giorno di sabato, si rivolge ad una donna che aveva da diciotto anni uno spirito che la teneva inferma; era curva e non poteva drizzarsi in nessun modo.
La vide, la chiamò a sé e le disse: "Donna, sei libera dalla tua infermità", e le impose le mani. E subito quella si raddrizzò e glorificava Dio (Lc 13,10-13).
Diventare cantori delle opere di Dio, perché capaci di riconoscere la sua mano che conduce tutto, dentro un’umanità in costante trasformazione, è la dignità regale di chi sa assumere su di sé le sfide odierne ed esserne “cuore pensante”.