Centenario: Salvarsi? Salvare?

Mentre scorrono davanti ai nostri occhi le immagini strazianti delle guerre che sembrano imporsi come metodo per affrontare i conflitti all’inizio di questo terzo millennio, ed in particolare quelle che ci giungono dalla Terra Santa, tornano con forza alla memoria le espressioni della giovane ebrea Etty Hillesum al tempo della persecu-zione nazista: “Non si tratta di conservare que­sta vita a ogni costo, ma di come la si conserva... Se non sapremo offrire al mondo impoverito del dopoguerra nient'altro che i nostri corpi salvati ad ogni costo ´ e non un nuovo senso del­le cose, attinto dai pozzi più profondi della nostra miseria e disperazione - ­allora non basterà”. Parole che assomigliano molto a quelle del Maestro Gesù: “Chi vorrà salvare la propria vita la perderà e chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo la salverà” e che si accompagnano a quelle del Suo infinito desiderio di dare la vita in abbondanza.

brqciere del Centenario di Fondazione

La storia drammatica che stiamo vivendo e queste parole interpellano in profondità la missione dei cristiani e di noi suore Orsoline in particolare, che per grazia di Dio siamo chiamate non solo a celebrare cento anni di vita, ma anche a cominciare a pensare e a costruire un nuovo centenario di “corrispondenza all’amore”, come l’avrebbe definito madre Giovanna Meneghini.

 
Questo in fondo significa assumere il codice, il paradigma della maternità, dove la donna che partorisce sparge il sangue per dare alla luce un essere umano, mentre invece, in tante parti del mondo, si sparge il sangue per dare la morte all'altro, a chi è diverso, a chi non si conforma e viene percepito come pericolo e minaccia per i propri interessi.

Per dare prospettive di vita all’umanità occorre fare la scelta del dare la vita a livello sociale, economico, politico… andando oltre la cultura dei diritti e provando a sperimentarsi nella cultura della responsabilità, del prendersi cura, a cuore… E questa è una battaglia molto difficile, innanzitutto dentro di sé, dove l’obiettivo dello scontro non è quello della distruzione del nemico, né quello della pura e sempli-ce sopravvivenza, salvando il proprio corpo ad ogni costo, ma quello del dare alla luce una nuova umanità, nel­la consapevolezza che tutto appartiene alla vita, anche il dolore, la sventu­ra, anche, ed è decisivo, la morte. Perché è proprio integrando la possibilità della morte nella vita che questa paradossalmen­te si amplia, si arricchisce e consente di far agire forze altrimenti destinate a restare impigliate nelle maglie strette della pau­ra, della violenza, dell'insensatezza.

Ierofania, Camilian Demetrescu

E questo è uno dei contributi più eminentemente 'al femminile', iscritto nel linguaggio stesso del corpo, che può diventare paradigma per la salvezza della terra e dell'umanità: dare la propria vita, il proprio essere per la felicità dell'altro, perché l'altro viva. E’ il senso dell’eucaristia, che tutti, donne e uomini, siamo chiamati a vivere e testimoniare se vogliamo consegnare a chi verrà dopo di noi un futuro di speranza. Ed è anche la sfida per noi, Orsoline del Sacro Cuore di Maria, se vogliamo alimentare la linfa di quell’albero vitale seminato cento anni fa a Breganze e che ora è chiamato a portare frutto, riparo, ossigeno in molte parti del mondo.

La Redazione di Vita Nuova

 

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